Croce

Croce

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Che cos’è questa sensazione di affanno che per anni ha affollato i miei pensieri in questo giorno? Oggi a guardare indietro, mi pare che la parola sia da sempre stata usata prima di tutto come strategia educativa: di certo per quello che la parola dice ma molto di più in quello che essa suscita. E quello che suscita è un enorme, irrisolto e più di ogni altra cosa immotivato, sentimento di colpa. Questo è il peccato originale: imperdonabile a meno di un nuovo battesimo, di un’improbabile resurrezione. Aver instillato chirurgicamente in questa cultura la sensazione di perenne violazione della legge, di un obbligo morale insindacabile, di un precetto ontologicamente giusto, inspiegabilmente sceso dal cielo, è responsabilità di uomini e non di divinità. Uomini che influenzano (e hanno influenzato) le persone attraverso la bacchetta di una rigorosa disciplina auto assolvendosi dal dilemma di una verità vera per tutti scambiata con una menzogna…

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Cuore di pietra

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C’era un ragazzo di nome Sunday, cresciuto in una famiglia Sikh molto povera dello slum di Dharavi che decise fin da quando era adolescente di divenire un discepolo del maestro Guru Amra. Divenuto maggiorenne, lo cercò e dopo avere scoperto dove si trovava, lo raggiunse in un eremo ai piedi delle montagne del Nepal e lì si stabilì con lui. Sunday era, come tanti ragazzi della sua età, alla ricerca della pura verità. Il giorno che si incontrarono l’allievo non stava nella pelle e, scosso da fremiti, chiese al maestro quale fosse la più grande e unica verità. Il Guru gli indicò un montagna vicina e gli chiese di portargli una pietra dalla vetta. Sunday partì di buon mattino, scalò la montagna, raccolse un bel sasso, né troppo grande, né troppo piccolo e lo riportò alla sera al Guru. Il maestro, presa la pietra la gettò in un angolo senza nemmeno uno sguardo….

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Job act

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È per inciampo che mi avvicino alla tua storia, ma non è forse così ogni volta? Non mi preoccupo di questo. Mi spiazza la certezza che nell’accostarmi io possa essere per te la Storia. E se non riesco, non fosse altro perché non ho provato tutto il possibile; per pigrizia, imperizia, stanchezza, incertezza: muoio. Io. Mi auto-celebro il processo sulla intenzione. Mi condanno: colposo. Se sono bravo, invece, sei salvo. Una donna sorride. Un bimbo corre. Non lo facessi io, ci sarebbe un altro? Chissà. Ma è di me che si sta parlando, ne sono fiero. Dell’impegno e del coraggio. Se manterrai la vita, sulla mia parola, non chiederò altro.

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Senza nessun nome

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Sono partito da lontano. Controvento. Trascinato da una vela inferita all’ombelico. Al centro della pancia. Ho provato a sorprenderti, ad emozionarti. Ho fallito, mi pare. È stato forse per la troppa distanza iniziale? Più probabilmente c’ho messo dentro del mio e la scena è inevitabilmente diventata comica. In quel “mio” ci stanno, sapientemente rappresentati, una lunga serie di tentativi maldestri, rozzi e sventati; e così, tu, involontaria testimone di uno spettacolo buffo, ti sarai di certo fatta qualche grassa risata. Come ogni femmina anche solo di un poco più attraente della media locale, sarai stata corteggiata in numerosi e disparati modi, tra i tanti, spero di essere finito almeno sullo sconclusionato podio della imprevedibilità (pagine e biscotti, ma alla fine, poi, si capiva che ti corteggiavo?). Ad ogni giro di giostra, mi sembrava di uscirne con un livido nuovo, e con un rammarico, un qualcosa di mancato: quello di non…

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Girotondo

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Io non sono quello che faccio. Comoda giustificazione di un lavoro che magari non mi piace o di qualche errore, scelte sbagliate da dimenticare. Eppure la società di oggi è tutta orientata di lì. Essa giudica, sentenzia, declama, ed esalta proprio l’azione, il gesto, il fatto. E a giocare come sempre con questa meravigliosa lingua trovi questa migrazione: “il verbo si fece carne”, un verbo diventa nome (se San Giovani non ha nulla da ridire). Dal verbo participio eredita però il tempo al passato, che lo inchioda lì, alla croce dell’essere già esistito. Fatto. Da partecipe diviene così grado di giudizio definitivo: ciò che ho fatto, diventa un fatto e di quello sono (per) sempre chiamato a rispondere. Il passato dell’agire è condanna inappellabile all’immutabilità, il suo presente è invece in divenire, di certo incerto ma vivo, attivo: tuttalpiù se pigro si traveste da aggettivo. Ma se non sono ciò…

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Aldo Bergamini

Se passi di qua

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Se passi di qua stringimi i nodi. Se passi di qua mostrami il passo. Se passi di qua fammi un po’ luce. Se passi di qua dimmi il coraggio. Se passi di qua ripara il vento. Se passi di qua dammi un po’ corda. Se passi di qua toglimi il ghiaccio. Se passi di qua sposta quel sasso. Se passi di qua scalda un abbraccio. Se passi di qua guardiamo in alto. Se passi di qua scioglimi l’urlo. Se passi di qua. Arrampica le nuvole, Aldo. Ti lascio questa.Signore delle cime  

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In nessun caso, mai.

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Ah il mio cuore giace infranto in mille pezzi. Come potrò ora ricomporre questa ferita che lacera il mio petto? Essa rivela per intero la mia debolezza. Quale crudeltà ti appartiene per produrre in me un tale e terribile affanno? Disprezzi dunque la gioia, tu? Già ti dovresti ritirare a nutrire un nuovo spirito. E prendere un tempo che ti faccia un cuore nuovo e spalanchi lo sguardo sulla pianura. Innàlzati alla quota di questa saggezza per aprirti all’inevitabile tragedia della passione.

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De rien

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Ti ricordi la mia lettera? No? Ho dovuto crescere un bel pezzo di fegato (che non avevo) per inviartela, lo sai? Sono un po’ timido e chissà che difficoltà avrei avuto ad avvicinarti da subito. Non ci conoscevamo per niente e io potevo solo vederti da lontano; da lì mi sei sembrata bellissima: gli occhi, limpidi e profondi, forse anche troppo, con quel tuo sguardo che traduceva così tanto l’infinito che ti porti dentro, i tuoi ricci, che alle volte ti impazzivano la testa diventavano biondi sotto il sole dell’estate. Quel foglio mi era sembrato un bel gesto, un modo delicato di avvicinarmi, di farmi vedere, avrebbe potuto lasciare un segno, da trasformare, se vuoi, in un ricordo magari buffo di un approccio così diverso. Con te mi piaceva fare quelle lunghe passeggiate nella notte di Milano, con la città svuotata dal traffico e dai rumori. Ci voleva poco per…

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Servono spalle

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Servono spalle. Spalle a sostenere, il peso di un’assenza. Spalle ad occupare, intera una larghezza. Spalle a misurare, diversa la distanza. Spalle ad appoggiare, la testa non la pancia. Spalle ad oscurare, la luce in una stanza. Spalle a trattenere, il pugno della rabbia. Spalle a caricare, lo zaino di partenza. Spalle ad affiancare, l’amico in una piazza. Spalle a tatuare, un segno di memoria. Spalle ad asciugare, il pianto di giustizia. Spalle a sollevare, un brivido in altezza. Spalle a traslocare, la vita in una scelta. Spalle. Oggi servono spalle. Domani forse, parole e cuore.

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Books
Non si può scrivere senza leggere.