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Pensiero

“Sono triste”

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“Sono triste” Vaffanculo se sei triste. Vuol dire un milione di cose e tu lo riassumi in: “triste”? Vaffanculo. Stai sbagliando. Ne sono certo. Vuoi dargli un’altra possibilità? Allora usa tutta la tua fantasia e preparati un discorso bello lungo che contenga quella che per te è l’enciclopedia della parola “triste”. Ci devono essere un sacco di esempi, moltissime ripetizioni e delle figure; si si dei disegni, disegni di come ti immagini la scena, dovresti saper disegnare bene, no? E questo discorso glielo fai. Prenditi del tempo perché sarà bello lungo, sarà difficile soprattutto fargli capire certe attenzioni che lui ovviamente non può avere (primo perché è un uomo, secondo chissà come gliel’hai chieste…). Fagli capire molto chiaramente che questo discorso glielo farai una sola volta in tutta la sua vita e non ogni sera un pezzettino trito e ritrito. E alla fine, fagliela sudare. Non tradirlo in questo periodo (in…

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Adhærére

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Aderire, dal latino ad-hærére. Stare attaccato a. Stare appoggiato, stare vicino. E dal greco airèo, prendo, afferro, traggo a me. Aderire ha tanti significati: sostenere una causa, attaccarsi, incollare, condividere un’idea… Mi interessa invece un aspetto meno noto o meno immediato del significato. La simmetria e la transazionalità. Aderire ti rende simmetrico al resto, questo sempre. Esistono cioè almeno due prime file di atomi lungo l’ideale linea di giunzione, esattamente simmetriche rispetto alla linea stessa; quanto poi in realtà sia più profonda questa simmetria sta nella forza della colla, nella radicalità del verbo. La transazionalità invece non è scontata anche se in generale auspicabile. Questa unione, questo combaciare, mi porta (o mi ha portato) ad evolvere il mio stato, ad adattarlo ad un nuovo essere (verbo). C’è un passaggio sia prima che dopo: quello anteriore è la scelta, raramente infatti si combacia per impatto, molto più spesso, per questo motivo…

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Che cosa vuoi?

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Che cosa vuoi? Che cosa vuoi dalla tua vita? Che cosa vuoi da te stesso? Che cosa vuoi dagli altri? Pensa. Pensa da fermo. Pensa a quello che veramente vuoi. Pensa che è molto complicato per alcuni e solo apparentemente facile per altri. Non ti fermare. Non ti fermare alla prima strada, né alla seconda, né alla terza. Non ti fermare all’apparenza di ciò che vuoi. Non ti fermare all’oggi ma non preoccuparti solo del domani. Scava. Scava fino in fondo per trovare quella radice essenziale che fa di te un’anima. Scava oltre tutti i rami, le derive, i falsi progetti. Scava come puoi, con le mani, i denti, le unghie. Arriva alla base. Arriva al cuore. Arriva fino al punto dove sai che oltre non può essere. Arriva e sarai vivo. L’essenza di te, solo da li puoi partire. Fa di tutto per conservarla e nutrirla. Fa di tutto…

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La paura

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È la paura, maledizione, sempre quella. Ma sono io per primo ad avercela questa paura, sono io che, disincantato ho perso la fiducia nell’umanità. Sono io che a volte ho il cuore drogato ma a giorni, duro e freddo più del ghiaccio. L’ho avuta questa paura. L’ho superata questa paura. L’ho superata più volte e dove mi ha portato? Cosa mi ha portato? Me l’ha donata quella magia? Mi ha fatto incontrare te? Ho vissuto anni di universi paralleli e mi ci sono perso. Sono stanco di perdermi per questa paura. La verità è che sono stanco di cercarmi, di questo. Mi sbatto, mi agito, mi annoio, affogo. Mi sento più vivo in questo strangolarmi d’assenza che quando ho dato e not-te ho ricevuto.

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Dove tutto inizia e tutto ha fine

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Vigo è così: un luogo dove tutto ha inizio e tutto ha fine. Un altro posto così per me non esiste, ciò che vivi qua, qua rimane. Di questa valle porti in città il cielo, il ricordo, l’amicizia, l’amore, il sogno, gli occhi degli amici, i venticinque gradi del refettorio in pieno inverno, le pizze scippate al controllo del don, il brivido della montagna, il fulmine, l’acqua della fontana, il lume fuggitivo, la pelle bruciata di un giorno di luglio, il resto-governo, la cappellina che non c’è più. Ma qualcosa rimane qua. Se lo prende la casa. Lo pretende. Lo tiene per sé, in sé. La rende se stessa. E tu lo lasci qua. Non per te. È nato qua, finisce qua. E finirà.

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L’idea di essere innamorato

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Spero tu abbia fatto un bel sogno e che oggi tu stia meglio. Poi un giorno mi spiegherai xè hai così tanta paura di uscire con me. Te l’avevo già detto un po’ di tempo fa, sei bella e per quel poco che ti conosco posso dirti che mi piaci, ma non mi interessa proprio riuscire solo a provarci con te. Mi interessa conoscerti. Poi magari ci proverò o forse no. Sembra quasi che tu abbia deciso di non farti coinvolgere, che tu abbia paura, che ne so, di innamorarti… Ci deve essere stato qualcuno che ti ha trattato davvero male. Ma magari mi sbaglio.   Che differenza ci trovi? Tra me e te, tra me e un’idea, tra te e un’idea? La si coglie la differenza? E poi soprattutto c’è questa differenza? Divento uomo, mangio pane e idee. Mangio sangue di me e gocce di te.

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Qua|lun|quì|smo

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“Atteggiamento caratterizzato da una generica sfiducia nelle istituzioni, nei partiti, nei vari soggetti della politica, veduti come distanti, perniciosi o comunque di disturbo, di intralcio, nell’autonomo perseguimento delle soggettive scelte individuali.” Una cosa che mi fa letteralmente infuriare è il veder dare alle cose il significato che momentaneamente fa più comodo, in modo da poterlo poi cambiare quando più piace. Una cosa che invece mi contraddistingue (non da tutti, ovviamente) è la volontà di chiamare le cose con il loro nome, senza “far finta di” o peggio. Di questo atteggiamento che è sempre sinonimo di schiettezza, a volte di sfrontatezza (per la quale spesso ho pagato personalmente le conseguenze), vado particolarmente fiero. Ciò che penso dico, ma non dico mai ciò che non penso. Forse narcisisticamente mi beo dell’esser scomodo o più filantropicamente spero, nel costringer l’uomo a ragionare. Per quest’ultimo motivo odio il qualunquismo; ma non per la ragione…

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