Il paese dei balocchi

By 27 giugno 2011Racconto

C’è una strana umidità oggi nell’aria, maggiore di quella che mi aspettavo, strano perché nel paese di villeggio che mi sono guadagnato quest’anno (con tutti gli altri del resto), il servizio unificato di meteoprevisione stabiliva con disarmante certezza che avremmo beneficiato di un clima riposante per il corpo e distensivo dallo stress del nucleo cittadino per la mente. Le piccole gocce di sudore che trasudano dall’epidermide, non solo non mi permettono di rilassarmi ma accentuano ancora di più il mio stato d’ansia per la “transmigrazione” di Piero. Certo è un procedimento obbligatorio che serve per il mantenimento della diversità biologica della nostra specie; così ci insegnano da sempre i quadranti superiori del governo centrale mondiale. Boh, non so come ma mi si è formata l’idea che la separazione di un bambino dalla sua famiglia di origine all’età di dieci anni, possa per lui essere qualcosa di traumatico. Poi, gli è anche capitata una zona del mondo sud e anche con l’autospazio più veloce ci vogliono comunque due o tre ore e raramente abbiamo tutto questo tempo da sottrarre al turno lavoro.
Paola non mi è d’aiuto, sembra essersi chiusa in se stessa dopo che qualche mese fa siamo stati scoperti mentre violavamo le leggi sulla riproduzione. Neanche da dire che era stata una mia idea e che lei all’inizio non voleva, ma poi sembrava aprirsi, accettare (o forse persino comprendere) lo stimolo profondo che invece sentivo dentro di me. Ventinove anni a fianco, nella stessa culla, cresciuti insieme, da sempre insieme, formalizzati riproducibili con patrimonio genetico allineato. Quando si ritrae, quando si schernisce, sembra accusarmi di un virus di ribellione, ma io non credo di essere un ribelle, anche se è vero, percepisco emozioni diverse dalla tavole della legge. Ho fatto una ricerca nei libri proibiti (grazie a Marco, cosa non farebbe per un paio di sigarette!) e ho scoperto, a dire il vero non ne sono sicuro, credo di aver scoperto di avere paura. Paura è questo sentimento che penso di provare ma che non è codificato nelle tavole e non riesco a definirlo tanto bene perché si manifesta in così tanti modi diversi: ho paura per Piero perché non so chi incontrerà nel mondo sud, ho paura per Paola che a volte mi sembra un’estranea. Questa preoccupazione, nella legge è destinata al mondo del lavoro e non comprende le persone, non ci si preoccupa per le persone. È difficile anche parlarne perché al villeggio siamo separati dalle femmine e Paola si trova in un’altra stazione, i maschi che sono qui con me fanno parte di un turno diverso dal mio che è stato anticipato a causa della violazione. Non poter lavorare è snervante ma i quadranti superiori ci indicano da sempre la necessità di alternare lavoro e astinenza e poi anche chi si occupa delle stazioni ha il diritto di lavorare, questo è fuori discussione. Più di tutto però ho paura dei libri proibiti. Contengono informazioni davvero strane e fatico a credere che possano in un passato essere state davvero reali, sembrano fantascienza, storie di ideali, di lotta, di atroci sofferenze, di odio. Quello più bizzarro afferma che addirittura ci siano state in passato tante forme d’arte e di musica diverse. Mi sembra impossibile che non siano state importate nel nuovo mondo, le tavole parlano chiaro: ogni beneficio per l’essere è da considerarsi un obbligo. Cosa ne sapranno i quadranti? Sarebbe una follia. Si, penso proprio di avere paura.

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