set 05 2009

Pioggia

Pubblicato da Dabe in Amici, Pensiero

Tra tutte son tante,
una goccia nel mare
in un giorno qualunque
lo sguardo distoglie.
Tremava il distacco
pur senza radice
dal mondo fatato
di pesci e conchiglie.
Un viaggio ’si breve,
varcare la soglia,
un passo, uno solo
che par non finisce.
Eppure là sotto
di gocce a milioni
la stringono attorno
ma è lei che capisce.
Che buffo quel balzo
nel cielo infinito,
lasciar la tua casa
per esser dimora.
Così quel granello
nel vento rapisci
per farne una nuvola
perché non lo è ancora.

Incontro dell’altro,
tremendo mistero
incorpora un seme
che mangi da sposa.
Scatena un diluvio
tempesta di vita
a nutrire la terra
di frutti orgogliosa.
E piove nei campi,
sui prati, sui fiori
son lacrime e gioia,
nel ferro, un anello.
Mistero l’incontro
memoria il ricordo
da qui tutto parte
è il giorno più bello.

 

A Sara e Gianni

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ago 24 2009

Esisto, li.

Pubblicato da Dabe in Pensiero

Da dovunque arrivo,
vengo ad occupare con lo spazio del mio corpo, un luogo.
E mentre tutti lo vedono, lo toccano, lo vivono, nessuno che lo abiti.
In quest’aria, tu.
Lungo la spiaggia in fila: una spalla, un braccio, il blu.
Ecco, questo tempo.
Vorrei essere nato qui.
E forse lo sono.
Di certo è casa mia.
Per lo spazio breve di un’esistenza.
Per il tempo duro di un’assenza.

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giu 23 2009

Quattro caramelle

Pubblicato da Dabe in Pensiero

Come biglie di vetro a strofinare
conservo schegge intere di un ricordo.
In disordine ti incontro e sbando
senza macchina né strada.
Eppure non uno solo che riaffiora
ma luce nuova ammaestra nuove cose.
D’allora ho memoria ad occhi chiusi
un senso basterebbe a riportarle.
Di queste alcune gioie ed altre gemme
accolte da un giaciglio di cartone.
Che il senso si capisce non è quello
e invece è quello a dare a tutto il senso.
Di pelle o di giustezza il salto
come si nasce è nuvola per l’uomo.
Che riempie gli occhi e ti colora i giorni
mistero tra i misteri del creato.
È di un regalo che qui si sta parlando
da fare l’uno all’altro e l’altro all’uno.
A dir così sembra non valga niente
che a loro guadagnar sembrar non prende.
Siccome a più gettar nulla rapisce
è ben più dell’oro che c’è da benedire.
Ma più preziose ancora son quattro caramelle
che al bimbo solo non vanno che donate.
Per suscitar negli occhi meraviglia
e un battito più in là cammina il cuore.

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mag 01 2009

Do you remember?

Pubblicato da Dabe in Pensiero

- Cosa ricordi?
- Le cose importanti.
- E quali sono?
- Ci devo pensare.

Un po’ di sabbia nelle scarpe. Dei più un fastidio.
La domanda è importante, cosa leggo no, non lo ricordo.
Mi avvicino e non lo so che svolta, muove il punto di vista e il bersaglio è a un altro piano, nel campo invisibile di un occhio che non sapevo miope, l’esistenza non mette mai a fuoco da sola.
Il quadro invece è fisso, non treman più le mani da troppo allora, eppure stan li a ingarbugliarsi nei fili della pancia.
Nel freddo fuori su un tavolo di legno a passar la voce ma non per altri occhi. E piove e calendari per chilometri: non c’era fretta come non ne trovo ora.
Geloso o a, e a? E a.
Di una panchina un mercato clandestino: disposti in bella vista cestini di parole, cassette, sacchi, ruote, due borse, almeno due; a barattarle sembrava di rubare.
Efferrerre, poco più in la degli occhi. Alfabeto.
Un lunghissimo non so; dimentico.
V
u
o
t
o
Bussano alla porta.
I vicini, inutili, sempre a farsi i cazzi loro quando servono, i tuoi a sputtanarti.
Ho lasciato aperto il gas, su un fornello arrugginito, una pentola: acqua.
All’inizio, come sempre, troppa ma ho studiato fisica e non cucina, mi vien da dire, inutilmente.
L’entalpia.
Eppure non me la ricordo.
Troppe regole e troppa poca arte, accade così che invece di mangiare, scoppio.
Eccomi.
Taglia i capelli, ho una molletta.

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apr 02 2009

Esegesi di un Difficile

Pubblicato da Dabe in Pensiero

Dormire.
Non ci riesco.
Allora mi alzo dal letto e giro intorno alla stanza ma non sono cosciente e percorro i chilometri di un sogno ipnotico che mi sembra reale e irreale allo stesso tempo; dove ho la testa? Non me la sento più. Non attaccata al resto del corpo. Eppure vorrei risvegliarmi, no, no, voglio aprire di nuovo gli occhi ma non sto dormendo, non è ancora abbastanza tardi e fuori è ancora buio. Cosa fare?
Cosa faccio a quest’ora misteriosa, che non è più mattino e non è ancora notte? Chi ci si è mai trovato in questo tempo voltato al contrario? Non sono capace, qui niente funziona più come dovrebbe, un progetto, una vita in frantumi, un resto, mi raccolgo stretto ad un lenzuolo.
Piango.
Così sembra che il pianto sia la medicina di un letargo e in parte lo è: risveglia. Mi incazzo, visto che sono giorni che non dormo. Mi riporta al mondo, mi fa rinascere. Completamente nuovo, bambino, neonato, incapace di tutto.
Il primo segno è il cibo.
Non sono più capace di mangiare, come se nutrirsi e più precisamente il non nutrirsi fosse manifestazione organica del sentimento di abbandono, di perdita della voglia di vivere. Non desidererei più vivere quindi il mio corpo non mangia. Dovrei essere imboccato ma nessuno lo fa più da secoli. Non è scelta né capriccio, è molto più semplice: è che non me lo ricordo. Non mi ricordo come si fa, non mi ricordo perché lo si fa, non lo so più fare. A nulla valgono i rimproveri, i consigli: latito. Eppure in questo limbo, il condizionale non si coniuga mai al passato: annuso e sento l’odore dell’acqua nel fossato e improvvisamente, quel baratro, sul ciglio del quale mi trovavo, si allontana, la macchina rallenta la sua corsa. Non lo so chiamare ancora quell’impulso, quel getto, quello slancio, non so qual’è il suo nome. Difficile. So solo dove andare.
Mamma.
E quando mi rialzo, liquido, dal tuo abbraccio, ecco l’indicativo, solo non più negato: desidero. Mi hai ridato alla vita; che dolore per te mamma, già una volta mi hanno separato dal tuo ventre, mi hanno preso, staccato, spezzato da te.
Ti invidio donna per questo ruolo che hai dalla natura, ti invidio e tremo.
Ti invidio per l’ebbrezza di due battiti in un seno.
Tremo il distacco.
Tremo per te, ti sei messa il figlio grande e grosso ancora in grembo e di nuovo l’hai partorito.
Alla vita.
Ma questa è solo e tutto consapevolezza: sapere di vivere, sapere di volerlo.
Grazie.
Un passo.
Il secondo è stato un caso o una disgrazia, oggi direi benedizione: ho letto i miei, negli occhi di un’amico.
Grandine di parole, sudore e sangue; di uno la bocca e dell’altro le orecchie. Di entrambi balsamo per il cuore e bende per le ferite.
Il terzo e il quarto la musica e poi i libri, mondi paralleli, pianeti, distanze, spazi liberi per l’anima; devo andare, devo andare, correre lontano, lasciami andare.
È stato inaspettatamente breve e inaspettatamente duro, di certo da solo non ce l’avrei fatta.
Questo credo voglia dire: saper andare incontro alla morte.
La tua, compresa.
È che, dopo, non sei più tu, da li inizia un’altra strada.
Difficile.

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mar 18 2009

Difficile

Pubblicato da Dabe in Pensiero

Difficile.
Difficile ogni mattina il primo passo, meno lo fu quello che congedò i gattoni.
Difficile la sera, scollegare il battito dal cuore inutilmente rianimato.
E cercare nei posti, nei luoghi di una presenza e trovarci una caligine che appanna la mente; benedetta, voluta, cercata demenza che spegne il tarlo annidato nelle carni, per un secondo mi distraggo e dimentico, per un istante che vorrei dilatato in eterno: non so. Questo non sapere mi inebria, è euforico, anestetico del tempo che evapora in un attimo.
Blu.
Oltremare.
L’inizio di una notte.
Insonne.
Una notte difficile.
Eppure, con quel si ma, che è un no, sono vivo.
Senza saperlo più.
Senza saperlo ancora.
E tu, Male, lo so, io ti conosco; è che mi manca la forza per vomitarti.
Sarà elemosine di un percorso che passa per la storia.
Che sia di oggi o di domani, lo comincerò e arriverò quel giorno a casa mia.
Difficile. Perché lontano e senza strada.
I rumori, gli odori, ogni emozione nuova un’aggressione che riparo e schivo e chiudo fuori me.
Ma al primo respiro mi accorgo di un altro e poi di un altro e un altro ancora.
Non solo.
Nel primo movimento, riconosco un gesto, trattengo per me il ricordo.
Dopo l’apnea riapro gli occhi che il vento vuol far piangere, così distratto dalle lacrime non capirei la musica che esso suona per me tra i miei capelli, sulle mie guance.
Uno schiaffo mi ridesta.
Suona solo per me.
E per quella via, qualcuno si è accostato, qualcuno riscalda.
Mi sembra strano esistere di nuovo.
Esistere ancora.
Laggiù una nuova alba.
Un giorno in meno.
Un giorno in più.
Un viaggio.
Difficile.

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mar 03 2009

Il resto è Anima

Pubblicato da Dabe in Libri, Pensiero

“Accà nisciuno nasce imparato” recita un detto napoletano che ri-conosco più per la sua musicalità che per averlo udito, perché della terra Campana in tanti mi hanno raccontato ma mai vi ho premuto contro il calcagno.
Non credo ci si possa mai sentire all’altezza della situazione che la vita ci pone dinnanzi. Qualunque essa sia. Mi posso preparare, mi posso accostare al dolore e alla sofferenza, alla paura e di contro anche alla felicità e alla gioia in generale; ben diversa è l’anima quando queste scavano profondi solchi dentro la mia esistenza. Non c’è scuola né palestra che mi possa preparare, non esiste l’elisir dell’esperire.
Tempo fa incontrai un noto cantautore italiano, un’incontro privato poco prima di un concerto con un gruppo di amici. Mi colpì negativamente una sua affermazione: sosteneva che l’esibizione, in qualche modo l’arte stessa, fosse frutto al cinque percento dell’ispirazione e al novantacinque percento della “traspirazione” intesa come sudorazione a fronte dell’esercizio, dell’impegno.
Ci rimasi male, avevo sempre pensato che l’artista fosse una sorta di genio, qualcosa di inarrivabile, di geneticamente impossibile.
Anche oggi la penso allo stesso modo, ho un po’ mitigato il giudizio severo che avevo dato di quella affermazione ma il concetto di fondo rimane lo stesso: puoi esercitarti quanto vuoi ma non diventerai mai un genio, potrai innalzarti al di sopra degli altri, addirittura fin sopra a tutti ma resterai ciò che sei non ciò che fai.
Mi posso esercitare quanto voglio per fare qualcosa ma se dentro sono diverso non sarà mai la mia vita. Se sono un duro e ho le palle riuscirò lo stesso, e magari anche bene, chi lo sa, ma non sarò me stesso, sarò ciò che faccio.
Poi ci sono le persone illuminate (a proposito di ciò, ti obbligo a leggere “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer) che fanno ciò che sono o che fanno di tutto per fare ciò che sono. La maggior parte delle persone temo si adatti allo status quo dell’evoluzione sociale della loro esistenza: per un qualche motivo hanno iniziato un percorso e non se la sentono di ricominciare o tornare indietro. E questo vale ovviamente in tutti gli ambiti, dei quali quello lavorativo non è neanche lontanamente tra i primi.
Poi ci sono le persone come me che si arrabattano, si rivoltano, non han voglia, non capiscono. Una specie di fallito disadattato. E in quest’ansia, non sarò riuscito, ma almeno mi sento vivo.
In tutto questo marasma poi ci trovi un’altra razza superiore, gli “elevati”.
E anche in questo la trasudazione, caro il mio autore, non centra un bel niente.
Elevarsi è la capacità di qualche eletto, di cogliere la vita da angolazioni diverse da quella frontale; l’inquadratura si allarga ai margini, ai soggetti fuori fuoco, alle comparse. Si da un’interpretazione diversa alla scena, si comprende meglio il significato principale. Come se la vita andasse in scena dietro una macchina da presa: quante parti ci sembrano ininfluenti o inutili? Eppure sono li, sono in campo e a volte hanno solo bisogno di una cornice, di un ri-quadro.
L’evento drammatico è una scossa alla telecamera che per qualche attimo si perde il soggetto principale e inquadra a casaccio pezzi di scena o una scena a pezzi.
È li che bisogna avvicinarsi al soggetto perché da lontano commetteremmo solo un errore di parallasse e rischieremmo di veder scivolare un tratto breve in un’ombra lunga.
È l’esperienza della vita l’esercizio, è la fatica del quotidiano la trasudazione, il resto non è ispirazione, è anima.

Anima

 

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gen 05 2009

Passaggio obbligato

Pubblicato da Dabe in Montagna, Pensiero

C’è nell’arrampicata in montagna, in quella al limite delle tue capacità, un momento in cui arrivi ad affrontare un problema: durante l’ascesa, ti ritrovi in un punto preciso della salita particolarmente ostico, tanto da poter essere affrontato in un unico e ben definito movimento. O compi quel gesto, mutuato da anni di allenamenti, cadute, dita spellate, corde, muscoli, nodi e sudore, oppure finisci li, termini, e rimani così, macchia sulla parete.
Il passaggio obbligato.
Il bello è che al progredire in capacità e destrezza corrisponderà quasi sempre l’acuirsi della difficoltà del gesto perché a nuova possibilità risponderà la ricerca di imprese sempre più ardue e terribili.
Anche la vita mi sembra così, fatta salva la ricerca. Il progredire è naturale, quasi automatico; l’allenamento, involontario. Il terribile, l’arduo è invece insito in essa e non ci si può sottrarre. Ci si ritrova così, sempre impreparati, ad affrontare nell’unico modo possibile quel movimento richiesto, e non importa che sia la testa o la pancia a “tirare”. Senza corda, senza chiodi, e a farlo bene quel gesto per non rimanere sbavatura d’inchiostro sul libro dell’esistenza.

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nov 29 2008

“Sono triste”

Pubblicato da Dabe in Pensiero

“Sono triste”
Vaffanculo se sei triste.
Vuol dire un milione di cose e tu lo riassumi in: “triste”?
Vaffanculo.
Stai sbagliando. Ne sono certo.
Vuoi dargli un’altra possibilità?
Allora usa tutta la tua fantasia e preparati un discorso bello lungo che contenga quella che per te è l’enciclopedia della parola “triste”.
Ci devono essere un sacco di esempi, moltissime ripetizioni e delle figure; si si dei disegni, disegni di come ti immagini la scena, dovresti saper disegnare bene, no?
E questo discorso glielo fai.
Prenditi del tempo perché sarà bello lungo, sarà difficile soprattutto fargli capire certe attenzioni che lui ovviamente non può avere (primo perché è un uomo, secondo chissà come gliel’hai chieste…).
Fagli capire molto chiaramente che questo discorso glielo farai una sola volta in tutta la sua vita e non ogni sera un pezzettino trito e ritrito.
E alla fine, fagliela sudare.
Non tradirlo in questo periodo (in generale ti direi di non tradirlo mai, ma qui fai tu, o meglio fai come hai sempre fatto) ma fagliela sudare veramente la relazione, mettilo alla prova, ma sii anche attenta a fermare il braccio di Abramo prima che uccida Isacco.
Bene.
In generale direi che dovresti dargli lo spazio per dimostrare che se quello che vuole è te, ha tutte le possibilità per averti, ha le capacità per averti, deve solo chiedersi se ne ha la volontà.
Ci vuole tempo: un attimo o mesi.
Un’attimo per capire che non è ciò che vuole.
Mesi per soffrire il cambiamento, la fatica, la necessità, l’aderire.

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ott 28 2008

Adhærére

Pubblicato da Dabe in Pensiero

Aderire, dal latino ad-hærére. Stare attaccato a. Stare appoggiato, stare vicino.
E dal greco airèo, prendo, afferro, traggo a me.
Aderire ha tanti significati: sostenere una causa, attaccarsi, incollare, condividere un’idea…

Mi interessa invece un aspetto meno noto o meno immediato del significato.
La simmetria e la transazionalità.

Aderire ti rende simmetrico al resto, questo sempre.
Esistono cioè almeno due prime file di atomi lungo l’ideale linea di giunzione, esattamente simmetriche rispetto alla linea stessa; quanto poi in realtà sia più profonda questa simmetria sta nella forza della colla, nella radicalità del verbo.

La transazionalità invece non è scontata anche se in generale auspicabile.
Questa unione, questo combaciare, mi porta (o mi ha portato) ad evolvere il mio stato, ad adattarlo ad un nuovo essere (verbo).
C’è un passaggio sia prima che dopo: quello anteriore è la scelta, raramente infatti si combacia per impatto, molto più spesso, per questo motivo si può rimanere incastrati, avvinghiati da qualcosa che ci soffoca, che ci limita, ci blocca. No, la scelta è volontaria, punto. Al limite inconsapevole.
Il passaggio che avviene dopo è la transazione, qualcosa di me che va oltre la soglia, qualcosa che va nell’altro, qualcosa che cresce, è inevitabilmente qualcosa che lascio o perdo di me.
In questo si perpetua un’eterna memoria: quella parte da me abbandonata, da me regalata, rimane sostanza nell’altro. Per sempre ne darà a coloro che vi si accosteranno.

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