Stop SOPA

Michele Dabergami Web Site

Apologia

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Qual’è che hai attorno?
Quanto di sofferto, voluto
e prima desiderato, sognato?
Di cosa ti sei circondata?
E quale il movimento:
ti sei avvicinata o hai tratto?
Ciò che rimane è somma.
Lunga fila di addendi in spazi vuoti.
Non ti stupire allora
di questa ulteriore inutilità.
Perché a sublimare l’essenza del dono,
che nulla già vuole a cambio,
cosa si può di più
di ciò che non serve?
Difficile sarebbe: pensato,
forse nemmeno immaginato;
questa sia ricerca,
senza cogliere frutto,
né vendemmia, né raccolto.
Che non si bestemmi il sudore del campo,
si rimanga a versarlo sul pane.
Di questo non ci si mangi,
non ci si campi. A che scopo?
Balsami e lozioni non osano di meglio.
Ma a goderne appieno di una volta.
Anche solo una volta.
Di questa oscena
mancanza di uso.

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Sconfitte

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Galleggio intatto a cinque metri da te.
Senza voce.
Non conosco le parole che vorresti ascoltarmi,
mi sembra presunzione
mia
credere, anzi, che le attendi.
Ciò che rimane
è perdermi
per un istante
un attimo
in un incrocio possibile di luce.
Traiettoria unica
ottica.
Sono stracciato di questa mia delicatezza.
E l’intorno
persone e gesti,
musiche e voci,
a corollario del mio tumulto.
Muove immobile
l’”incerto”
ovunque vada
rimane fermo ad aspettare.
Resisto, lì
in piedi
silenziosamente abbattuto.
Mi rialzo.
Che di sconfitta
mi faccio vittoria.
Arrivo.

 

Da ascoltare:
Subsonica – Benzina Ogoshi

Da ricordare:
80° della nascita di Alda Merini

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Chiedere

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Una delle regole principali dell’improvvisazione teatrale è quella del cercare di non porre troppe domande a chi è in scena con te. Almeno inizialmente bisogna cercare di presentarsi, di contestualizzare il personaggio: dire chi sei, cosa stai facendo, trovare un legame che ti relaziona all’altro.
La domanda infatti inquadra la situazione sulla base della ignota risposta dell’altro.
La risposta è cioè un’entità incognita (non conosciuta) in partenza.
Questo è vero praticamente sempre.
Spreco però un avverbio (praticamente) perché purtroppo non sempre l’interrogativo che andiamo a porre è limpido: dovremmo cioè valutare meglio l’aspettativa che abbiamo nei confronti della possibile risposta: che cosa attendiamo, che cosa immaginiamo o addirittura già sappiamo della possibile reazione? La questione in sé dovrebbe porci in prossimità di una posizione ignota, oscura; se invece intuiamo o percepiamo la direzione di uscita, o ancor più, interroghiamo l’altro solo per riaffermare le nostre convinzioni (domanda retorica), partiamo invece da un punto ben affermato e solido.
Un ulteriore dubbio può essere espresso, inoltre, dal valore che assegniamo alla possibile risposta: quanto ce ne importa se è positiva, negativa o neutra? È determinante? Ci cambia davvero la vita?
L’insodabilità della risposta è, credo, garanzia della genuinità della domanda, di fronte alla quale, almeno un minimo bisognerebbe esitare, se non addirittura tremare.
Chi, completamente (e qui l’avverbio ci sta bene) inconscio delle possibili conseguenze, ci pone di fronte ad una così ardua scelta? Poiché, e di questo ne siamo ben consci (noi, invece), tra le possibili alternative ce ne saranno alcune più o meno gradite, ma per certo pure altre piuttosto sgradite, infauste o addirittura tragiche.
Il percorso di avvicinamento a questo bivio mortale è allora un possibile strumento di valutazione del questuante, anche se l’analisi può rivelarsi piuttosto intricata. Capita infatti che sia il percorso stesso a generare una domanda implicita, senza che questa venga espressamente formulata. E c’è un’ulteriore complicazione: questa, da dove nasce? È l’uno che percepisce il sorgere di una richiesta o l’altro che involontariamente la pone?
A questo livello cerco di sempre di vederci chiaro, non mi piace lasciare in sospeso qualcosa di non detto, anche a costo di cadere dalle nuvole, di millantare, di realizzare apocalittiche figure di merda.
Ci sono per me però due rigide eccezioni (e mi accorgo di essere molto severo in questo), la prima è la chiarezza dell’esposizione e la completezza della trattazione: se qualcosa è totalmente definito, descritto con parole semplici e brevi, con calma e con affetto, perseverare è facoltà, il più delle volte, inutile. Quantomeno nell’immediato; perché si sa, la natura è volubile.
La seconda è la provata inesistenza della risposta in presenza di una rilevante importanza data alla domanda: in questo non ci sono regole precise, solo con l’esperienza si capisce quando il chiedere è infine superfluo; di fronte cioè al palese manifestarsi di un’attesa, non corrisponde nessun interesse nel figurare una qualunque aspettativa e non si sfiora nemmeno l’idea, che all’altro potrebbe interessare quello che si potrebbe dedurre se solo ci si pensasse un istante.

 

 

Colonna sonora di questo brano:
Bob Dylan – Blowing In The Wind

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Mia suocera beve – Diego De Silva

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È un trattato di filosofia sociale contemporanea (andrebbe fatto studiare a scuola, per me), meravigliosamente trasportato nella vita di quel totale perdente (nel quale mi identifico totalmente) di Vincenzo Malinconico.
Si, mi mancano (ex) moglie e figli, la professione di avvocato di insuccesso (ma solo la parte di avvocato mi manca, quella di insuccesso ce l’ho tutta) e l’avversione per la cucina giapponese che invece amo (ma questo spero sia un falso, inserito solo per adattare la storia, o almeno spero!).
Non ce la fa proprio a non assecondare la sua atavica tendenza a rovinarsi la vita, è triste, fiero, soffre, e gioisce dell’esistenza tutta, con estrema e precisa lucidità.
Lui sa.
Poi decide a volte di fallire, di cedere, ma consapevolmente.
Non dà soluzioni questo libro, si avvale della facoltà di non rispondere.
Cosa, che a pensarci bene, farò pure io.

-

Ora, vorrei aprire una parentesi. Per quale oscuro motivo, quando ti imbarchi in una discussione a contenuto sentimentale con la tua donna, arriva inevitabilmente il momento in cui ti trovi davanti al dogma? Alla notifica, cioè, di una fatto compiuto (ovviamente a tua insaputa; meglio ancora in tua assenza), indimostrato e palesemente illogico, che tuttavia lei ti depone davanti ai piedi come un macigno, una ragione inconfutabile che però non ti spiega manco per buona creanza e rispetto alla quale, anzi, vieni anche implicitamente informato che ti si è già prescritta ogni possibilità di rimedio? E tu non sai che cazzo dire. Te ne stai lì, a sentirti in colpa senza capire perché, mentre lei si limita a non aprire bocca.
Allora tu le domandi, nel modo più gentile e ragionevole che conosci, di farti capire qual’è il problema che sembra abbiate, visto che proprio non lo vedi; ma lei, che non vuol saperne di spiegarsi, si limita a ripetere sottovoce la frase che non hai capito (il sottotesto è che non è neanche il caso che tu insista, visto che dovresti arrivarci da solo); e fra l’altro, il fatto che ti costringa a piegare la testa in avanti per farsi sentire è una cosa che ti ha sempre mandato in bestia.
Al che tu provi a fare qualche domanda, così per avere un aiutino; e proponi anche, all’impronta, un ventaglio di spiegazioni facilitate, col solo effetto di farla diventare ancora più reticente, per cui di lì a poco -è chiaro- perdi le staffe e cominci a urlare (ma non sapendo di cosa si sta parlando non riesci a coordinare gli argomenti e va a finire che balbetti delle frasi offensive senza capo né coda), e lei invece rimane calma, e la circostanza che si mantenga tutta anglosassone mentre tu vanveri all’impazzata ti fa incazzare ancora di più (perché poi in tutto questo, la cosa più inaccettabile è che non sai neanche perché state litigando), e allora dici cose che non pensi o vai riesumando fatti vecchissimi che non ti ricordi nemmeno bene, e nel giro di pochi minuti si apre una crepa di cui riesci a sentire addirittura il suono.
Così, stavolta decido di non prendermi più il disturbo di cadere consapevolmente nella trappola: mi chiudo nel silenzio anch’io, e vediamo cosa succede.

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Gasherbrum II

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Dal blog di Simone Moro

“Ce l’abbiamo fatta: alle 11.28 siamo arrivati in vetta al Gasherbrum II in invernale e siamo i primi. E’ stata durissima, ma io, Denis e Cory ce l’abbiamo fatta. Ora stiamo scendendo velocemente alla tendina a 6900, poi vi aggiorneremo.

Simone”

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Movimenti immaginari

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Non ho certezza di questa cosa ma un forte dubbio che io non ti interessi per niente.
Non voglio neanche evitare di prendere in considerazione
l’idea che tu possa essere una persona molto timida.
Tutto questo unito al fatto che potrei esserlo pure io
mi porterà tra poco a fare una grandissima figura di merda.
Per cui…
Nel caso, intendo…
Va beh, stammi bene.

 

Ora vorrei che per qualche secondo ci si sforzasse di rileggere consapevolmente (cioè con la consapevolezza del ruolo di se stessi nella vicenda, ruolo con cui si sono appena appunto lette queste righe), con gli occhi dell’altro protagonista. Ci si allinei quindi alla sua traiettoria ottica (qualunque delle due essa sia), ci si abitui per un attimo alla rotazione della prospettiva, alla variazione degli assi, al disorientamento, all’affanno.

Se riuscite ad immaginarlo siete bravi, complimenti.
Se lo fate abitualmente, siete adorabili.
Se non ci provate nemmeno, invece, siete degli stronzi.
Barattate possibili figure di merda con più che certe esistenze mediocri.
Contenti voi.

 
Colonna sonora di questo brano:
The Smiths – Ask
 

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Sono quel che sono

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Quando voglio esprimere un concetto o un’idea cerco di documentarmi, sfoglio pagine e pagine di riferimenti, cerco di capire il significato delle parole e dei testi. Se però mi trovo di fronte ad una sensazione, uno stile o un’emozione, può succedere che tanto affanno nella ricerca non solo non risulti utile alla comprensione ma porti addirittura fuori strada. Così il mio movimento è quello della separazione. Divincolarmi da ciò che sono per darmi un’occhiata dall’esterno è uno dei processi più delicati che mi sia mai trovato ad affrontare. Il rischio è quello di cedere all’interpretazione più generica che gli altri hanno di me.
- Qui devo fermarmi un momento -
Che senso può avere per me stesso cercare di vedere questa immagine di me che hanno gli altri? E ancora di più, come questo potrebbe aiutarmi a migliorare la mia stessa esistenza e soprattutto in funzione di cosa?
Manca in effetti un presupposto di per sé scontato, certo, ma non trascurabile: viviamo immersi negli altri. Di questo dobbiamo ringraziare prima di tutto la natura stessa dell’uomo (non intendo qui abbracciare l’ambito religioso, mi limito quindi genericamente a parlare di “natura”) che ci vede da sempre non in grado di auto-replicarci. Per qualche motivo siamo quindi da sempre alla ricerca di un compagno con il quale riprodurci. La scoperta dell’altro nega da principio la condizione di solitudine. (cfr. Erri de Luca “Il contrario di uno“) Su questo meccanismo bio-obbligato si è sviluppata nei millenni e più intensamente negli ultimi secoli la tessitura di una realtà multi relazionale che i moderni chiamano “società”. Le regole di creazione prima, ed esistenza poi, di questa condizione sono state dettate nel tempo e in varie parti del mondo da uomini più o meno saggi, il che comporta oggi uno squilibrio globale difficilmente ripianabile. Senza voler indagare per il momento queste diversità, non posso negare che esistano per tutti delle “regole” di comunanza civile; alcune di queste sono state facilmente dettagliate in canoni, come diritti e doveri, altre possono essere più facilmente ricondotte ad una interpretazione principalmente etica del contesto: comportati bene, trovati un lavoro, non fare tardi la sera, spòsati, ecc. Mentre per le prime non ci può essere un facile fraintendimento: un diritto o lo si può esercitare oppure è negato, un dovere non rispettato è sempre un reato, per le seconde non è altrettanto garantita la stessa universalità, c’è anzi la possibilità che si scada (tutti insieme) in una lettura troppo rispettosa dei modelli e delle consuetudini sociali dominanti; una di quelle quelle che mi sta più stretta è quella che io chiamo “la cultura del fare”: l’anteporre il risultato concreto, l’ottenimento di un obiettivo a discapito della propria indole o inclinazione e ancora di più il tentare prima di tutto di essere identificati per quello che si fa o che si è fatto al posto di ciò che si è. Questa deriva dell’interpretazione etica molto comune in questi giorni richiede la costruzione di presupposti di base senza i quali non ci si può considerare sani o normali. Un lavoro stabile, una relazione stabile, una casa, sono mattoni essenziali di questo meta-linguaggio esistenziale che parla spesso per frasi fatte e per queste ultime è disposto ad ipotecare la vita tutta. Poi magari il lavoro si perde, la relazione impoverisce, la rata del mutuo aumenta e ci si ritrova così in un dramma imprevisto e incalcolabile.
Non è però per questo che  mi astraggo da me stesso per scrutarmi dall’esterno: non per essere preparato al peggio, per cautelarmi in caso di disgrazia, anche perché è ben poco quel che posso fare in questo caso (cfr. Il resto è Anima) ma piuttosto per l’analisi del contorno, per scansare la costruzione di quelle premesse, crollate le quali non sarei più in grado di rialzarmi.
Mi capita a volte di invidiare tutti quelli che hanno una grossa scatola ripiena delle loro certezze ben archiviate, catalogate e riposte in un luogo sicuro: per la stabilità che questo gli dona, per l’inamovibilità di certe posizioni che sanno di avere senza alcun minimo equivoco, per la loro indubitabile visione del domani; nonostante questo però non sono in grado di assestarmi su una posizione definitiva, dare di me stesso un giudizio conclusivo, sentirmi arrivato. Per questo mi metto in discussione, mi esamino, mi interrogo, poi non riesco, sbando e mi schianto, sono inquieto e a volte non ci dormo la notte, però mi sento vivo.
È così che sono.

 

Colonna sonora di questo brano:
Mercanti di liquore – Senza titolo
Francesco Guccini – L’avvelenata

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Meccanica Celeste – Maurizio Maggiani

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More about Meccanica celeste

È così che va il mondo.
Non ci si faccia influenzare dall’ambiente rurale, quasi che a essere montanari o campagnoli si viva in una sorta di universo parallelo, non proprio. Le cose prime, quelle di mezzo e le ultime, funzionano sempre così; da sempre così, anche se non è una city lo sfondo di questo romanzo, che poi tanto romanzo non è. È la storia di come funziona la storia, il racconto della vita e della morte delle persone, dei loro sogni, dei limiti, delle difficoltà, della guerra, dell’amore, le streghe, la solitudine, la chiesa, il governo, la nascita, la tradizione. Scritto, letto, vissuto con il cuore di chi c’è dentro. So di non fare un grande tributo all’autore tentando di riassumere così in poche righe questo sugo, questo impasto vitale di universo, questo miscuglio di emozioni e cellule, questo aggiungere e togliere piccoli e grandi ingranaggi alla volta celeste.
Non ci si trova allora una gran movida ma molto più il senso di come è, di come si muove, della fatica e le lacrime, della gioia che ci dà, questa nostra vida.

 

Il punto è che un patto, una promessa, già a metterli nero su bianco si lasciano dietro la parte del nocciolo, il giuggiolone direbbe la ‘Nita nella sua fiorita lingua: l’intenzione. La carta è troppo povera per contenerla; la carta ha poco prezzo e chiunque se la può prendere per due lire. Un’intenzione non si dà via neanche volendo. L’intenzione del giusto non sarà mai del fedifrago, l’intenzione di un libero non sarà mai di un tiranno. Se abbiamo ancora le nostre selve comuni, se continuiamo a confermare una generazione via l’altra i nostri vecchi usi civici, e nessuno, nemmeno il re d’Italia, nemmeno il cavalier Benito Mussolini, sono riusciti a metterci le mani sopra, non è per la carta che l’Ariodante dei Borgioni firmò in piazza, davanti al popolo che aveva appena piantato la sua quercia della Libertà. Con quella carta ci si sono puliti il culo il re Vittorio, il cavaliere Mussolini, e i loro discendenti, generazione dopo generazione. Non è per quella, ma è per ciò che è stato giurato quel giorno testa per testa, cuore per cuore; per l’intenzione di ciascun uomo che era li, così sincera da rimanere buona per i loro figli, buona ancora oggi. Un patto scritto può diventare carta straccia, una promessa del cuore no. A meno che non si stracci il cuore.

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Il popolo dei vivi

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Qual’è il percorso,
l’avvicinamento?
Nel nostro unico riuscire,
nessuno può imparare.
Ma che grave e incalcolato,
è il ricordo da portare.
Si sublima un gesto, un suono,
evapora in memoria.
A muoverlo, spostano lacrime,
addolcire il volto fa il cuore salato.
C’è chi si stringe e chi si allarga,
chi scalcia e chi s’azzoppa.
Non c’è immunità di quest’assenza,
condanna tutti senz’appello.
Per lunghi anni o pochi giorni,
a rimanere senza.
Quel che resta è gli altri,
siamo noi.
Vivi e infranti.

Ciao Nic.

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Tradire

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Bisognerebbe  cominciare da qui, dall’origine del significato: del venir meno ad un impegno, alla fede, a un obbligo, un dovere, un giuramento. Non riesco invece a separarmi da una sorta di interpretazione che mi proviene dall’osservazione del fenomeno in modo distaccato, estraneo.
Dal latino TRÀDERE, composto dalla particella TRANS oltre, al di là e DÈRE (DÀRE) consegnare, far passare. – Dare oltre, far passare al di là.
Spiego.
Il tradimento è sempre e solo conseguenza.
Mi rendo conto di non aver spiegato proprio nulla e anzi di aver suscitato invece un moto interno di disapprovazione, soprattutto da parte dei “traditi”, di coloro che si sentono in credito con questo verbo ingrato: devo migliorare.
Il tradimento è sempre e solo secondario (al di là di cosa? Oltre a cosa?).
Andiamo peggio.
Proviamo a dirlo così: il tradimento è “secondo” ad uno status “primo” (e con primo intendo l’ordine cronologico) mancando il quale, esso non può esistere. È in particolare, la violazione dell’integrità di questo status primo.
Il problema spesso è esattamente qui: qual’è questo stato?
Nelle relazioni personali, in particolare in quella di coppia (ambito verso il quale la mente ci porta immediatamente quando sentiamo questo verbo), dovrebbe esserci la consegna di un patto reciprocamente sostenuto e desiderato: voluto. La probabile mancanza di dettaglio nella redazione di questo patto, a volte auspicata o auspicabile (cfr. fede e fiducia più in basso) lascia inevitabilmente molto spazio non solo a diverse possibili interpretazioni ma ad azioni, modi di essere, comportamenti.
La parte di accordo che rimane implicita nella stipula rischia così di essere vista (e vissuta) in modo disallineato dalle parti in causa, e proprio per la sua natura, in modo del tutto inconsapevole.
Ci si scopre poi a distanza di tempo non più d’accordo (questo è un errore voluto, non è esatto dire non più d’accordo visto che probabilmente non lo si è mai stati, solamente lo si ignorava) con tutto quello che tacitamente avevamo sottoscritto e capita così che dietro ad un qualche gesto leggiamo un baratro di sofferenze, infedeltà, irresponsabilità.
Prima di formulare una qualunque accusa, andrebbe quindi sempre riconsiderata l’intesa: le prove a carico e l’aula di giustizia rischiano di trovarsi in giurisdizioni diverse.
Quanto conosco dell’altro? Quanto di tutto ciò che non ci siamo detti è così diverso in lui da quello che è in me?
Attenzione però a non confondere la fede (e in modo minore anche la fiducia) con il credito o la stima che si hanno di una persona: mentre le seconde necessitano di prove concrete, di mantenimento continuo delle aspettative, la prima si deve basare su qualcosa che trascende dalla nostra volontà, è il sentimento dell’amore stesso o dell’amicizia che ce lo chiede.
Riusciamo forse ad essere innamorati o amici solo perché la persona che abbiamo di fronte rispecchia fedelmente l’idea che abbiamo di lei? E che fiducia è, quella che ha costantemente bisogno di prove concrete (e in questo comprendo anche l’assenza della mancanza) per essere mantenuta? In questo senso non credo che la fiducia debba essere lentamente costruita, penso che sia più un atteggiamento, un modo di rapportarsi all’altro; chi dice che la fiducia si costruisce negli anni e che bastano pochi secondi per distruggerla, secondo me non ha mai saputo cos’è la fiducia, secondo me non si è mai veramente fidato di nessuno. E cosa forse ancora più grave, non potrà farlo mai.
Quando il nostro status primo è esplicitamente l’accordo, non possiamo parlare di tradimento, c’è la violazione di una norma, di una regola (attenzione, non sto sminuendo, spesso questa violazione comporta la risoluzione dell’accordo stesso!), di qualcosa che si era chiaramente stabilito e che non andava fatto.
Quando invece parliamo di fede o fiducia, non ci sono norme violate, o illegalità, questo è il vero tradimento: la violazione della fede altrui.
Chi non si fida non può essere tradito.

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