nov102010
Pubblicato in Pensiero da Dabe
Se ti dico “non ho capito” o “non ho colto” non significa che ciò che mi hai detto mi è semplicemente scivolato addosso senza lasciare tracce; significa esattamente “non ho capito”: non arrivo a cogliere cioè il significato intero di quello che mi hai detto. Non voglio (soprattutto con te) dover interpretare o collegare nulla, specie se mi mancano dei pezzi. È il mio solito discorso sulla comunicazione, se ti dico che non ho capito (e attenzione questo non esprime la responsabilità esplicita di nessuno dei due, puoi essere tu che salti un passaggio fondamentale per me o io che non faccio un due più due elementare per te) tu riorganizza, semplifica, usa parole semplici e corte e alla fine fammi anche un bel disegno che mi è sempre piaciuto guardare le figure. Questo non significa che io non desdero impegnarmi nella comunicazione e per questo posso esercitare e impiegare attenzione e tatto ma ciò che non voglio possa succedere è quello di interpretare male qualcosa che ci siamo detti.
Dire le cose esattamente come stanno significa purtroppo (purtroppo nel senso che è una cosa, un percorso, che si deve affrontare, che non risulta a volte tanto naturale; e qui manca un’altra parentesi sulla percezione delle relazioni interpersonali) sbarazzarsi di un’inutile prudenza, svestirsi di molti pudori. È il non nascondersi nemmeno dietro a ciò che pensiamo di essere. Sentirsi nudi di fronte all’altro è di certo prima di tutto imbarazzante ma dovrebbe essere principalmente illuminante: è lasciarsi osservare “nudi” dall’altro che ci dice come gli appariamo, ciò che siamo per lui. Altrimenti ne avremo sempre e solo un’idea dall’interno, colta dal nostro punto di vista. Con quante persone lo facciamo in una vita intera? Con quante accade che abbiamo anche solo la possibilità di farlo? Tralascia te stessa perché tu si, sei nuda in te, ma per guardarti completamente, a figura intera, il davanti e il dietro, avrai sempre e comunque bisogno di qualcuno che ti rifletta (diffida delle cose). Per questo sbuccia le parole della loro scorza di dubbio, anche solo presunto. Fa’ che nessuno (in questo rapporto di chiarificazione, ma in generale anche sempre) possa chiederti “Cosa intendevi dire?”. La risposta dovrebbe sempre essere: “Esattamente quello che ho detto, altrimenti, ti avrei detto un’altra cosa.”
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nov082010
Pubblicato in Montagna,Pensiero da Dabe
In questo lago d’autunno,
confondo passi leggeri.
A sfiorare petali gli uni
ad affondare a spanne negli altri.
Giungo dall’alto e nel paesaggio incantato mi sfuòco:
non gli appartengo e mi rigetto a nascondermi.
Laggiù lo specchio mi chiama
mi muovo attratto dall’acqua.
Il riflesso inganna,
è solo cielo.
Il resto dei colori,
sospeso,
deviato da traiettorie di luce rettilinea.
Dovrò aspettare l’inverno e il suo ghiaccio
che con lame e cristalli
ricopre un’inutile assenza.
E inaspettato
il primo raggio di sole a primavera
a colpire la tua debolezza.
Farla vibrare
oscillarla.
E prima che a scioglierla
il peso della stagione
ti fletta.
Per cedere proprio lì
e risuonare nella valle
timpano di vita.
Come un messaggio, un’allerta.
Uno squarcio.
L’urlo della lacerazione.
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set222010
Pubblicato in Pensiero da Dabe
C’è un certo grado di difficoltà nello stabilire quale sia la persona giusta. Per cosa, poi?
La maggior parte delle volte (e qui mi sto prendendo una grande libertà nell’affermare questo; ne sono cosciente e me ne assumo tutte le responsabilità comprese quelle che mi potrebbero far definire una persona che giudica) la persona che abbiamo accanto non è quella giusta.
Qualcuno parla di caso o di fortuna nell’incontro con l’altro, l’altro come uomo, l’altro come animale con quell’istinto riproduttivo che va alla caccia dei migliori geni per la propria discendenza. In modo semplicistico lasciamo che in questo sia il senso della vista spesso a prevalere su tutto il resto. Ma se vediamo l’altro anche come essere capace di discernimento, l’essere capace di emozioni, sentimenti, amore, l’occhio potrebbe rivelarsi miope.
In questo senso la persona migliore che dovremmo aver accanto prima di tutti siamo proprio noi stessi.
Il problema è che spesso questo non accade.
Ci ritroviamo quindi nella maggior parte dei casi a confrontarci con persone che possiamo definire sbagliate. Questa situazione, tuttavia potrebbe rivelarsi inaspettatamente vantaggiosa poiché il misurarci con l’incomprensione (in qualche modo comunque inevitabile) che scaturisce dall’altro, dovrebbe stimolare un processo di riavvicinamento a se stessi di tipo involontario; percorso che magari non si sarebbe mai affrontato da soli.
In tutte le dinamiche del comportamento umano è facile però immaginare come possibili alcune derive, la principale delle quali in questo caso è: l’accontentarsi.
C’è un vizio formale in questa teoria: se parto dalla persona sbagliata non posso fare altro che appagarmi, tentare cioè di farmela andare bene; detta così sembrerebbe come provare ad entrare in una taglia 40 essendo invece una 44.
Provo a dimagrire l’imprecisione.
Lo faccio estraendo dal verbo pronominale la radice: contento.
Dal latino “Contèntus”, participio passato di “Continère”, tenere in sé, contenersi.
L’aggettivo stravolge il verbo e lo trasforma in “avere l’animo appagato”, mi soffermo proprio su questo passaggio tra il contenimento e l’appagamento.
È una sorta di rivelazione, come se e proprio la moderata soddisfazione derivasse dall’evitare di cedere qualcosa da sé.
Mi domando quindi immediatamente se non sta forse in questa cessione (cfr. aderire) la rimozione del limite, la ricerca di qualcosa che vada oltre, a qualcosa di meglio.
Anche in questo caso si giunge quindi ad una dicotomia.
Liberare una parte di me nell’altro è ciò che non solo mi rende partecipe dell’altro, non solo mi rende disponibile all’ingresso dell’altro, ma è anche e soprattutto quello che toglie la moderazione all’esaudimento.
Per essere quindi più contento, cioè per tenere più in me, per avere di più dentro di me, paradossalmente devo cedere una parte di me: avere meno “me” in me.
Se torno quindi a confrontarmi con la “persona sbagliata” posso notare quanto sarà difficile cedere una mia parte di fronte ad una inadeguatezza, quanto sarà difficile confidarmi, affidarmi, fidarmi.
Tutto ciò che rimane in me è quindi la frazione esatta di quanto sarò infelice o dimentico di felicità; tutto ciò che non va nell’altro non mi testimonia come dovrebbe nell’altro e per gli altri.
Ma se tutto cedo, cosa conservo dunque di me stesso?
La volontà, l’animo.
Sono io a volerlo, altroché il caso.
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set122010
Pubblicato in Amici,Pensiero da Dabe
Cercherò di essere più ordinato.
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ago052010
Pubblicato in Libri da Dabe

Non so se sia un caso ma capita spesso che un libro assomigli alla mia vita; forse per questo motivo è stato così impegnativo da finire.
Lettere.
L’esigenza di scrivere.
Le emozioni che scuotono.
Le persone che squarciano.
Una sola risposta: andare.
Maledizione, Grossman che ti sei inventato?
Perché mi hai costretto a questa fatica?
Un pensiero che non mi concede tregua: cos’è avvenuto realmente in quel primo momento? E se non avessi sorriso in quel modo? E se non mi fossi stretta nelle braccia?
Pensare che ho affascinato qualcuno in questo modo, senza fare alcuno sforzo.
Quel che gli ho dato, quel che gli ha parlato da dentro di me, quel che l’ha rigenerato, senza che io potessi saperlo, questa cosa che è dentro di me…
Lo so che esiste. Esisteva già prima di quello sguardo. Esiste ora, anche se non c’è nessuno che la guarda. È la parte buona di me. È impossibile distruggerla e, grazie a lei, neanch’io posso essere distrutta.
Se solo potessi darla anche a me stessa.
Farla sgorgare.
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lug142010
Pubblicato in Pensiero da Dabe
Non ci credo.
Non che non creda nella società, ma non credo che esistano delle regole fisse, definite, scritte.
Possono esistere le regole giurisprudenziali, formali, quelle che mi permettono di “legalizzare” (che brutto concetto e che brutta parola) la nascita di un figlio. Perché ogni singola regola è controvertibile, fragile, reversibile.
La regola vera sta scritta dentro al mio cuore.
Ufficializzare (nuovamente una pessima parola) la presenza di un figlio con un atto, con un editto, mi sembra qualcosa di cinico, di strumentale.
Vorrei come prima cosa il SUO di bene. Allora farei tutto e solo quello di cui LEI ha veramente bisogno, il resto, cioè ciò di cui IO ho veramente bisogno (che non è e non deve essere assolutamente secondario, perché io come genitore posso e devo essere il miglior genitore possibile, e per fare questo ho necessariamente bisogno di stare bene) passa assolutamente prima da me stesso.
Provo a spiegarmi, se diventare “famiglia” è un passo fondamentale per il bene di tua figlia, che le possa garantire anche da un punto di vista pratico una maggiore serenità di fronte al futuro, e tu percepisci questo passo come solo utile a lei per il suo futuro (e quindi utile a te perché ti rende più serena per questo), domandati quali sono allora le regole fondamentali per essere davvero famiglia, per stare bene sul serio in più di due.
È un confine sottile ma totalizzante per una scelta di vita, intesa come modalità con cui prendo atto della vita, della mia vita.
Questa linea sfumata tra il mio bene e il bene di mio figlio è la più grande partita che un genitore è chiamato a giocare; il riuscire a discernere le mosse che passano da una parte all’altra di questo confine sta nella coscienza di una persona eletta.
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giu102010
Pubblicato in Pensiero da Dabe
Unità di misura multiple si condensano in stati d’animo.
Anni.
Confrontati da parallassi differenti calano dentro più esistenze: chi non li ama, chi non li considera, chi non li teme.
Chilometri.
Rotolando verso un’alba, arriverei.
Passi.
Quelli che puoi contare in misure piccole sono spesso più distanti di quelli interminabili che calchi insonne in una stanza o di quelli affannati che mancano alla vetta.
Prudenze.
Risparmio inutile di piccoli imbarazzi.
Centimetri.
Mi avvicino e mi arriva per primo l’odore che ricordo familiare, mio. Socchiudo le labbra per ritrovare colma la misura, memoria di un sapore.
Parole.
Combinazioni varie di lettere che unisco tra loro creano separazioni incolmabili.
Uomini.
Allontanano agli altri chi avvicinano traendolo a sé.
Pensiero.
Rimango immobile e nell’attesa sono diversamente vigile, ricettivo. Giunge poco più di un silenzio.
Immagini.
Stupide diottrie, perché non so vedere che poco più in là del mio naso?
Pressione.
Quanta difficoltà nell’osmosi, non sarebbe più semplice l’accostarsi?
Ridursi o rassegnarsi?
Che sia nella rassegnazione l’inizio della rivoluzione?
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giu012010
Pubblicato in Pensiero da Dabe
Madre e bimba.
Per il tuo frutto che meravigliosamente hai.
Ti invidio.
Per il tuo essere donna a donna.
Per questo intelligente passaggio che la natura non ha scordato.
Perché vi siete mischiate il sangue da dentro e ora il seno da fuori, così che impari a (ri)conoscerti esterna ma non estranea.
Non dubitare però che tutto questo sia anche per te.
Perché se ti avvantaggia il saperlo dell’essere figlia, altrettanto ti spaventi il furto di quell’altro cuore che con tanta cura era riposto accanto a te.
Quel muscolo asincrono un poco più basso, scippato nel parto.
Guardalo.
Non sai niente di lei.
Accostati, usalo, ora e più tardi.
Per essere mamma.
Devi essere figlia.
E un incontro, uno scontro e un nuovo incontro: latte.
E ora che hai l’hai letto come madre, rileggilo come figlia.
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mag042010
Pubblicato in Pensiero da Dabe
Happiness it’s not about searching. But it’s about finding.
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mag032010
Pubblicato in Libri da Dabe
È uno dei testi più difficili che abbia mai affrontato.
È una storia a margine, Suttree, una storia di sopravvivenza, di sbando, di declino, di tragedie, di reietti. Affrescata da un McCarthy strabordante, eccessivo, ostico.
Non c’è redenzione sulla strada degli ultimi, solo un inciampo; per i più fiacchi una resa, per gli scaltri la fuga.
In una notte tumultuosa se ne andò per i meleti bui lungo il fiume mentre si scatenava un temporale e i lampi svelavano lui e il suo sacco vuoto. Gli alberi tutt’intorno si impennavano nel vento come cavalli e i frutti si schiantavano al suolo in un concitato scalpitio di zoccoli.
In piedi tra le foglie urlanti Suttree invocava il fulmine. Che scoppiò e tuonò e lui indicò il proprio cuore ottenebrato e lo supplicò per un po’ di luce. Sempre che esista qualche potere negli elementi della terra. Sennò riduci queste ossa in cenere. Se lo puoi, se lo puoi. Un cencio bruciato sotto la pioggia.
Si sedette contro un albero e guardò il temporale spostarsi sopra la città. Sono forse un mostro, ci sono dei mostri dentro di me?
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