Michele Dabergami Web Site

Regole

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Non ci credo.
Non che non creda nella società, ma non credo che esistano delle regole fisse, definite, scritte.
Possono esistere le regole giurisprudenziali, formali, quelle che mi permettono di “legalizzare” (che brutto concetto e che brutta parola) la nascita di un figlio. Perché ogni singola regola è controvertibile, fragile, reversibile.
La regola vera sta scritta dentro al mio cuore.
Ufficializzare (nuovamente una pessima parola) la presenza di un figlio con un atto, con un editto, mi sembra qualcosa di cinico, di strumentale.
Vorrei come prima cosa il SUO di bene. Allora farei tutto e solo quello di cui LEI ha veramente bisogno, il resto, cioè ciò di cui IO ho veramente bisogno (che non è e non deve essere assolutamente secondario, perché io come genitore posso e devo essere il miglior genitore possibile, e per fare questo ho necessariamente bisogno di stare bene) passa assolutamente prima da me stesso.
Provo a spiegarmi, se diventare “famiglia” è un passo fondamentale per il bene di tua figlia, che le possa garantire anche da un punto di vista pratico una maggiore serenità di fronte al futuro, e tu percepisci questo passo come solo utile a lei per il suo futuro (e quindi utile a te perché ti rende più serena per questo), domandati quali sono allora le regole fondamentali per essere davvero famiglia, per stare bene sul serio in più di due.
È un confine sottile ma totalizzante per una scelta di vita, intesa come modalità con cui prendo atto della vita, della mia vita.
Questa linea sfumata tra il mio bene e il bene di mio figlio è la più grande partita che un genitore è chiamato a giocare; il riuscire a discernere le mosse che passano da una parte all’altra di questo confine sta nella coscienza di una persona eletta.

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Distanze

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Unità di misura multiple si condensano in stati d’animo.
Anni.
Confrontati da parallassi differenti calano dentro più esistenze: chi non li ama, chi non li considera, chi non li teme.
Chilometri.
Rotolando verso un’alba, arriverei.
Passi.
Quelli che puoi contare in misure piccole sono spesso più distanti di quelli interminabili che calchi insonne in una stanza o di quelli affannati che mancano alla vetta.
Prudenze.
Risparmio inutile di piccoli imbarazzi.
Centimetri.
Mi avvicino e mi arriva per primo l’odore che ricordo familiare, mio. Socchiudo le labbra per ritrovare colma la misura, memoria di un sapore.
Parole.
Combinazioni varie di lettere che unisco tra loro creano separazioni incolmabili.
Uomini.
Allontanano agli altri chi avvicinano traendolo a sé.
Pensiero.
Rimango immobile e nell’attesa sono diversamente vigile, ricettivo. Giunge poco più di un silenzio.
Immagini.
Stupide diottrie, perché non so vedere che poco più in là del mio naso?
Pressione.
Quanta difficoltà nell’osmosi, non sarebbe più semplice l’accostarsi?
Ridursi o rassegnarsi?
Che sia nella rassegnazione l’inizio della rivoluzione?

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Latte

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Madre e bimba.
Per il tuo frutto che meravigliosamente hai.
Ti invidio.
Per il tuo essere donna a donna.
Per questo intelligente passaggio che la natura non ha scordato.
Perché vi siete mischiate il sangue da dentro e ora il seno da fuori, così che impari a (ri)conoscerti esterna ma non estranea.
Non dubitare però che tutto questo sia anche per te.
Perché se ti avvantaggia il saperlo dell’essere figlia, altrettanto ti spaventi il furto di quell’altro cuore che con tanta cura era riposto accanto a te.
Quel muscolo asincrono un poco più basso, scippato nel parto.
Guardalo.
Non sai niente di lei.
Accostati, usalo, ora e più tardi.
Per essere mamma.
Devi essere figlia.
E un incontro, uno scontro e un nuovo incontro: latte.
 
E ora che hai l’hai letto come madre, rileggilo come figlia.

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Happiness

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Happiness it’s not about searching. But it’s about finding.

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Suttree – Cormac McCarthy

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More about Suttree

È uno dei testi più difficili che abbia mai affrontato.
È una storia a margine, Suttree, una storia di sopravvivenza, di sbando, di declino, di tragedie, di reietti. Affrescata da un McCarthy strabordante, eccessivo, ostico.
Non c’è redenzione sulla strada degli ultimi, solo un inciampo; per i più fiacchi una resa, per gli scaltri la fuga.
 
In una notte tumultuosa se ne andò per i meleti bui lungo il fiume mentre si scatenava un temporale e i lampi svelavano lui e il suo sacco vuoto. Gli alberi tutt’intorno si impennavano nel vento come cavalli e i frutti si schiantavano al suolo in un concitato scalpitio di zoccoli.
In piedi tra le foglie urlanti Suttree invocava il fulmine. Che scoppiò e tuonò e lui indicò il proprio cuore ottenebrato e lo supplicò per un po’ di luce. Sempre che esista qualche potere negli elementi della terra. Sennò riduci queste ossa in cenere. Se lo puoi, se lo puoi. Un cencio bruciato sotto la pioggia.
Si sedette contro un albero e guardò il temporale spostarsi sopra la città. Sono forse un mostro, ci sono dei mostri dentro di me?

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Certezze

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Sedia, tavolo, scacchiera, pezzi, campanello, orologio.
Tocca a te.
Muovi.
Muoviti!
Sbaglia.
Perdi un pezzo.
Annota l’errore.
Memorizza il passo.

Cambio di scenario.

Riorganizza.
Ricomincia.
Rimuovi.
Riprendi.

Errati punti di vista.

L’altro è sorprendentemente eterologico.
Nell’unica partita a tempo non si può stabilire la durata di un’azione né la sua certezza; ma non tanto di efficacia, quanto di genitura.
Molte sconfitte per quale vittoria?

Violazione delle regole.

Devo forse intendere tutto questo come una partita? Mi alzo e abbandono; lascio il campo, me ne vado. Ridiscendo il fiume (ma quale cavolo di fiume?). Nel viaggio verso la sorgente, all’ultimo bivio ho sbagliato affluente.
Eccolo.
Imbocco con fatica l’altro corso, seminascosto da un intreccio di canne frondose, le foglie mi si appiccicano a formare uno strano sandwich: derma, cotone, clorofilla. È intricato l’imbocco, sbarrato quasi. Spine. Mi lecco una piccola ferita sul dorso della mano e il liquido denso e ferroso si spande sul palato e piano in gola, mi inebria, riguardo il graffio, ha già smesso. Mi sorprendo a pensare come pur essendo inospitale quel luogo mi dia riparo, mi offra protezione; ma non ho scelta, perché ho già scelto, forse non l’avevo mai fatto? Proseguo. Nel tratto che segue, macchie di ibisco adagiate sulla collina di fianco a me, non ne sento il profumo ma solo un’occhiata basta a saturare la macula. Distolgo lo sguardo per rivolgerlo a qualcosa di più flebile e meno ingannatore. In quel momento un’ubara si alza nell’aria; lei e la stagione al termine mi dicono che sto uscendo dal mio deserto. A quel punto mi fermo impietrito: madido di sudore in quel caldo abbagliante ho freddo. Piccole variazioni biochimiche, generate da tenui impulsi elettrici scaturiti da timide emozioni, alterano in modo impetuoso il mio equilibrio. Tremo atterrito di fronte a quell’evidenza. So.
Mi siedo e preparo un piccolo rifugio per la notte.

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For Give

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Spero mi perdonerai
in qualche tipo di futuro.

In altri mi ringrazierai.

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Qualcuno era comunista

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Giorgio Gaber – Qualcuno era comunista


Quanto cazzo manchi Signor G…

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Volevo fare il liceo

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Qualcosa andò male e mi ritrovai così in un istituto tecnico industriale.
La tradizione voleva che nelle prime sezioni (quelle meno suscettibili a pericolose variazioni di personale) si rintanassero i professori migliori: lo sguardo posato a volte non più distante la propria cattedra.
In quale scuola non si trova forse la 1a A?
Ai tempi, quindi, già se finivi nella F eri uno sfigato, i tuoi genitori avrebbero maledetto il sistema scolastico e la tua istruzione sarebbe andata a farsi benedire…
Per contare sulle dita delle mani la cardinalità della mia sezione avevo bisogno del mio compagno di banco: solo mettendoci assieme avremmo potuto raccoglierne tredici da contare.
L’ambiente non era male: in quaranta metri quadri respiravamo la nostra cultura in trenta; mi sembra di vedere nei tg di oggi la polizia scoprire un covo di disgraziati, materassi per terra, uno addosso all’altro a dormire, venti per stanza.
Trenta, tutti maschi, eravamo disperati. Ma non lo sapevamo.
Cominciai ad accorgermene al primo compito in classe: cinque e mezzo in matematica, la mia materia preferita.
Non avevo capito ancora bene come funzionavano le cose.
Alle elementari avevo avuto un maestro affettuoso e gentile: un signore! Alle medie tanti bravi insegnanti, forse nessuno raggiungeva l’ottimo ma sicuramente un bel distinto a tutti non lo negherei.
Qui invece ero capitato in un altro mondo, in un mare dove si navigava a vista verso un porto tanto insicuro quanto sconosciuto; con la bella pretesa di riuscirci, senza fornire ahimè la barca.
Me lo ricorderò per sempre quel segno a penna rossa sul protocollo. L’inizio di un autunno.
Non sapeva niente la prof, alla lavagna si bloccava, gli esercizi non li sapeva fare. Toccava a noi: la sdella risolveva il problema e così ci liberava.
Paolo il “secchione”(sdella, appunto) stava come su un crinale, alleato dei prof e odiato da tutti gli altri, ad ogni mossa poteva precipitare in uno dei due baratri. Il brutto era che dalla nostra parte ci cadeva spesso. I suoi nemici erano: Massi, uno del nostro anno cresciuto in fretta nei muscoli e non altrettanto nel cervello e poi Gianni e Bobo, due fratelli gemelli bloccati l’anno prima da uno scrutinio non proprio favorevole. I tre andavano piuttosto d’accordo tra di loro mentre ignoravano la maggior parte di noi per concentrarsi principalmente su Paolo e Beppe.
Se Paolo era semplicemente costretto a fare i loro esercizi e a passare qualche soluzione durante un compito in classe, Beppe era il loro vero bersaglio.
Beppe aveva dalla nascita una faccia da pirla, lo riconoscevi già da lontano per come camminava strascicando i piedi, tanto che perfino qualcuno del triennio, alieni che normalmente ci ignoravano del tutto, si era spinto a prenderlo in giro per quell’incedere sghembo.
Doveva fare di tutto: dal portare gli zaini durante lo spostamento tra le aule, al recuperare merendine e bibite ad ogni richiesta, al presentarsi volontario durante le interrogazioni, fino al più semplice e becero ruolo della cavia da laboratorio. Senza nessun WWF come spalla.
Schiaffi, pugni, sberle, sgambetti, calci, il righello schiacciato sulle dita. La punta del compasso invece di ruotare attorno al centro del cerchio perfetto, varcava spesso l’impalpabile resistenza della stoffa di jeans per raggiungere con facilità un ancor giovane gluteo.
Per noi normali, i guai maggiori si presentavano quando Beppe non veniva a scuola, (una volta rimase a casa per una settimana intera perché Massi gli aveva tirato così tanto il naso da formare un ematoma talmente blu che poteva provocare danni permanenti!) in sua assenza un po’ a turno tutti diventavamo dei bersagli. Come una strada a Sarajevo, il loro sguardo andava attraversato alla svelta.
Un anno da adolescenti nascosti dietro i propri quaderni: il prof che scruta la classe “Dunque…, interroghiamo…” solo che il prof stavolta era ripetente e l’interrogazione era un bel cazzotto da schivare.
Solo qualche coraggioso provava ogni tanto a ribellarsi: “al bar a prenderti una coca ci vai tu…”: Queste brevi parole di sfida, ti guadagnavano in fretta un corposo aumento di flusso sanguigno sottocutaneo al volto e un ben definito alone di cinque dita non tue, come vacuo ricordo.
Eravamo così tutti, o avremmo tutti voluto esserlo: non qualcuno da imitare forse, ma da invidiare come minimo, essere rispettati e temuti era un valore che conteneva pure il ruolo implicito di capo branco. Un uomo solo al comando: storie di leader troppo spesso soli.
Una volta tenni testa a Massi: non gli portai lo zaino e anzi per scherzare gli diedi pure un calcio che lo fece rotolare poco più in la… Non la prese bene; fuori da scuola mi seguì mentre tornavo a casa e alla fine mi raggiunse in un androne. Solo per caso qualcuno entrava proprio in quel momento; caro amico sconosciuto, ti ringrazia ancora oggi la linea dritta del mio naso.
Per una buffa curva della storia io e Massi siamo così diventati amici. Le botte che ho scampato hanno gettato un ponte che nessun ingegnere avrebbe mai sognato.

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Faqaduck

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Faqaduck

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