Senza nessun nome

By 21 ottobre 2013Pensiero

Sono partito da lontano.
Controvento.
Trascinato da una vela inferita all’ombelico.
Al centro della pancia.
Ho provato a sorprenderti, ad emozionarti.
Ho fallito, mi pare.
È stato forse per la troppa distanza iniziale? Più probabilmente c’ho messo dentro del mio e la scena è inevitabilmente diventata comica.
In quel “mio” ci stanno, sapientemente rappresentati, una lunga serie di tentativi maldestri, rozzi e sventati; e così, tu, involontaria testimone di uno spettacolo buffo, ti sarai di certo fatta qualche grassa risata.
Come ogni femmina anche solo di un poco più attraente della media locale, sarai stata corteggiata in numerosi e disparati modi, tra i tanti, spero di essere finito almeno sullo sconclusionato podio della imprevedibilità (pagine e biscotti, ma alla fine, poi, si capiva che ti corteggiavo?).
Ad ogni giro di giostra, mi sembrava di uscirne con un livido nuovo, e con un rammarico, un qualcosa di mancato: quello di non aver detto una parola, o di non aver provato ad osare di più. Come se l’esegesi del mio non riuscire andasse letta solo con il dizionario dei comportamenti miei. E invece ciò che non c’era, ciò che è mancato, è stato un tuo passo, in una qualunque direzione che ti avvicinasse a me. Un passo che non hai mai fatto.
Nemmeno da amica.
Immagino che questo ti avrebbe richiesto, tra l’altro, di discendere un poco dal quel bordo che così tanto ami abitare. Un passo forse troppo incerto su un pendio ripido, da lasciar scivolare piano o fatto di corsa, da cadere e rompercisi il collo: un rischio, un’incognita, un cambio di orizzonte sfacciato e azzardato ma che avrebbe potuto anche essere terapia, medicina di uno stato disorientato.
Avrei potuto giocare più sporco, fare leva su qualche tua debolezza o comportarmi per ciò che non sono (va piuttosto di moda di questi tempi, mi pare). Non è nelle mie corde, non con te. Ma non mi sento di aver fallito per questo, anche perché viceversa (nello riuscirci in questo modo) avrei percepito di non essere riuscito comunque.
Anche questa stessa pagina che è spiegazione, è una verità che non meriteresti: per ogni parola che non mi hai detto, ogni sguardo che non c’è stato. E così quando prenderai queste righe e le dimenticherai in un cassetto vuoto dei tuoi ricordi o le osserverai come stampate su una carta da stracciare, sarà una nuova sconfitta per me, un altro colpo ancora alla bocca dello stomaco, e bum! Me ne andrò di nuovo a terra. E come Chisciotte poi, ancora una volta mi rialzerò, perché colui che dopo ogni sconfitta si rialza e ha la forza di rimettersi in piedi, è invincibile.
Avremmo potuto essere amici, amanti, semplici conoscenti (indifferenti?) o perfetti sconosciuti; tu che nome daresti a ciò che siamo? Non so quanto questo oramai dipenda da me, non sono un sacerdote dei sentimenti e certo non ti giudico, non è una religione questa, e tutto ciò non è, e mai sarà una tua colpa, la potremmo definire, una scelta, o al limite, ad essere noiosi, una non-scelta. Non so se si possa per questo avere una colpa, ma se ci dovesse essere, di sicuro, è mia: ho sempre lasciato fare.
Ora, dopo questo tempo, una cosa la so con giustezza, non permetterò mai più che tutto questo mi possa di nuovo accadere.
Se per qualche rinnovata emozione che fino a ieri ti era nascosta, pensi che invece ne valga la pena,
fallo tu
di nuovo
accadere.

Stupiscimi.

 
Paolo Conte – Via con me

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