Stanze d’attesa

By 23 maggio 2011Pensiero

Aspetto. Ma non è un treno o un aereo. Non devo, per ora, andare da nessuna parte. Non è nemmeno qualcuno in ritardo.
Il più delle volte l’attesa mi sembra legata al movimento di persone o cose: ci si sposta e c’è di conseguenza un tempo tecnico nel quale l’attività principale è il cambiare lo spazio che occupiamo. Mi vengono però in mente a contrasto innumerevoli attese immobili, minuti lasciati scorrere, perduti per sempre in tediose stanze d’attesa.
Mi sembrano stanze e non sale perché è come se, contigue, le abitassimo, passando da una all’altra e in ognuna, con le proprie diverse caratteristiche, sperimentassimo uno spaziotempo diverso, fino a giungere a quella particolarissima con montato a parete uno specchio.
L’obiettivo qui non è più né il tempo né lo spazio ma il decoro, e l’attesa di me che aspetto si confonde con l’immagine del mio volto, il mio aspetto.
Tecnicamente è un omografo, in questo caso anche omofono (e quindi omonimo, stessa grafia e stesso suono) e nemmeno con un accento questa volta la nostra lingua ci viene in aiuto. In italiano non succede molto spesso e proprio per questo si può provare giocarci nei rari casi in cui ciò accade.
Verrebbe da pensare solo alla faccia, l’espressione più palese del nostro essere, forse persino più dei gesti e dei pensieri, più addirittura delle nostre azioni; eppure so che c’è molto di più nell’interezza della trasmissione di me stesso e così rimango lì, immobile ad aspettarne l’eco. Che cosa ritorna dopo essere rimbalzato sulla cortina del tutto, dopo il filtro osmotico degli altri? Che cosa trattengono e cosa rimandano al mittente?
C’è una sorta di fascino implicito nelle persone, qualcosa che si nasconde dietro ciò che noi pensiamo di loro; pur senza conoscerli, diamo (regaliamo, nel caso l’atteggiamento sia positivo, pensiamo ad esempio al “mi sta simpatico”) agli altri un valore a priori: è come se senza sapere chi sei, senza l’arroganza di averne certezza (questo lo voglio concedere), io creda di conoscerti già.
Se l’approccio invece non è positivo, si potrebbe facilmente cadere nell’errore di pensare che questo non sia nient’altro che il solito “giudizio” che viene dato sbrigativamente, o l'”etichetta” con la quale si bolla un comportamento o un semplice modo di essere: questo è vero solo in parte. Potremmo parlare di attenuanti generiche se ci limitassimo a considerare queste ipotesi, la situazione è invece per me ben più grave perché questa presunzione di conoscenza potrebbe essere figlia di un atteggiamento relativista che è probabilmente uno dei mali più grandi del nostro tempo. Si è particolarmente esposti a questa debolezza se si mantengono atteggiamenti trasparenti, se ci si mostra per quel che si è, se si coltivano relazioni sincere, se si dice la verità. Nella migliore delle ipotesi si rischia di risultare inopportuni o si rimane quantomeno incompresi. Ora non vorrei aver tratteggiato il mondo a tinte più fosche di quelle che andavano magari impiegate, ma sempre di più ci si scontra (sempre che non ci si schianti) o comunque si devono fare i conti con questa realtà; e questo a tutti i livelli, dalle relazioni internazionali ai rapporti più personali e intimi. Ho provato dunque a chiedermi se il problema non fossi per caso io, se il mio autoproclamato e notorio disadattamento fosse alla base di tutta questa percezione. Ebbene mi sono risposto che no, non lo è. Mi auto-assolvo da questa responsabilità e me lo concedo perché so con certezza di non essere relativista. La soluzione però non mi sarebbe sembrata così semplice se non me l’avessero in qualche modo suggerita: di fronte al relativismo non sembra esistere un atteggiamento risolutivo per definizione, per cui l’unica alternativa è il relativizzarsi a propria volta, ma a differenza di un atteggiamento integralista, ne propongo uno selettivo, l’essere cioè relativisti solo ed unicamente con chi lo è già in partenza. Questo comporta comunque una iniziale apertura di credito nei confronti dell’altro, apertura che sta alla base di qualunque relazione; certo, il credito potrebbe poi andare perduto (qualche rischio andrà pure corso, no?), ma visto che le risorse (di chiunque) non sono indefinitamente disponibili, mi piace affidarmi a quell’idea fantastica, che esista una particolare combinazione di atomi che si incastrano bene tra di loro, o all’illusione che me ne deriva da questo. La presunzione di innocenza rimane. Ma in ogni caso non provate a negarmi la verità. Se lo fate, non mi meritate. Ma non ve lo farò vedere, non ve lo farò capire, e se non sarà sufficiente, poco me ne importa.

 

Da ascoltare:

Love the way you lie (part II) – Rihanna

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