mar
18
2009
Difficile.
Difficile ogni mattina il primo passo, meno lo fu quello che congedò i gattoni.
Difficile la sera, scollegare il battito dal cuore inutilmente rianimato.
E cercare nei posti, nei luoghi di una presenza e trovarci una caligine che appanna la mente; benedetta, voluta, cercata demenza che spegne il tarlo annidato nelle carni, per un secondo mi distraggo e dimentico, per un istante che vorrei dilatato in eterno: non so. Questo non sapere mi inebria, è euforico, anestetico del tempo che evapora in un attimo.
Blu.
Oltremare.
L’inizio di una notte.
Insonne.
Una notte difficile.
Eppure, con quel si ma, che è un no, sono vivo.
Senza saperlo più.
Senza saperlo ancora.
E tu, Male, lo so, io ti conosco; è che mi manca la forza per vomitarti.
Sarà elemosine di un percorso che passa per la storia.
Che sia di oggi o di domani, lo comincerò e arriverò quel giorno a casa mia.
Difficile. Perché lontano e senza strada.
I rumori, gli odori, ogni emozione nuova un’aggressione che riparo e schivo e chiudo fuori me.
Ma al primo respiro mi accorgo di un altro e poi di un altro e un altro ancora.
Non solo.
Nel primo movimento, riconosco un gesto, trattengo per me il ricordo.
Dopo l’apnea riapro gli occhi che il vento vuol far piangere, così distratto dalle lacrime non capirei la musica che esso suona per me tra i miei capelli, sulle mie guance.
Uno schiaffo mi ridesta.
Suona solo per me.
E per quella via, qualcuno si è accostato, qualcuno riscalda.
Mi sembra strano esistere di nuovo.
Esistere ancora.
Laggiù una nuova alba.
Un giorno in meno.
Un giorno in più.
Un viaggio.
Difficile.
mar
03
2009
“Accà nisciuno nasce imparato” recita un detto napoletano che ri-conosco più per la sua musicalità che per averlo udito, perché della terra Campana in tanti mi hanno raccontato ma mai vi ho premuto contro il calcagno.
Non credo ci si possa mai sentire all’altezza della situazione che la vita ci pone dinnanzi. Qualunque essa sia. Mi posso preparare, mi posso accostare al dolore e alla sofferenza, alla paura e di contro anche alla felicità e alla gioia in generale; ben diversa è l’anima quando queste scavano profondi solchi dentro la mia esistenza. Non c’è scuola né palestra che mi possa preparare, non esiste l’elisir dell’esperire.
Tempo fa incontrai un noto cantautore italiano, un’incontro privato poco prima di un concerto con un gruppo di amici. Mi colpì negativamente una sua affermazione: sosteneva che l’esibizione, in qualche modo l’arte stessa, fosse frutto al cinque percento dell’ispirazione e al novantacinque percento della “traspirazione” intesa come sudorazione a fronte dell’esercizio, dell’impegno.
Ci rimasi male, avevo sempre pensato che l’artista fosse una sorta di genio, qualcosa di inarrivabile, di geneticamente impossibile.
Anche oggi la penso allo stesso modo, ho un po’ mitigato il giudizio severo che avevo dato di quella affermazione ma il concetto di fondo rimane lo stesso: puoi esercitarti quanto vuoi ma non diventerai mai un genio, potrai innalzarti al di sopra degli altri, addirittura fin sopra a tutti ma resterai ciò che sei non ciò che fai.
Mi posso esercitare quanto voglio per fare qualcosa ma se dentro sono diverso non sarà mai la mia vita. Se sono un duro e ho le palle riuscirò lo stesso, e magari anche bene, chi lo sa, ma non sarò me stesso, sarò ciò che faccio.
Poi ci sono le persone illuminate (a proposito di ciò, ti obbligo a leggere “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer) che fanno ciò che sono o che fanno di tutto per fare ciò che sono. La maggior parte delle persone temo si adatti allo status quo dell’evoluzione sociale della loro esistenza: per un qualche motivo hanno iniziato un percorso e non se la sentono di ricominciare o tornare indietro. E questo vale ovviamente in tutti gli ambiti, dei quali quello lavorativo non è neanche lontanamente tra i primi.
Poi ci sono le persone come me che si arrabattano, si rivoltano, non han voglia, non capiscono. Una specie di fallito disadattato. E in quest’ansia, non sarò riuscito, ma almeno mi sento vivo.
In tutto questo marasma poi ci trovi un’altra razza superiore, gli “elevati”.
E anche in questo la trasudazione, caro il mio autore, non centra un bel niente.
Elevarsi è la capacità di qualche eletto, di cogliere la vita da angolazioni diverse da quella frontale; l’inquadratura si allarga ai margini, ai soggetti fuori fuoco, alle comparse. Si da un’interpretazione diversa alla scena, si comprende meglio il significato principale. Come se la vita andasse in scena dietro una macchina da presa: quante parti ci sembrano ininfluenti o inutili? Eppure sono li, sono in campo e a volte hanno solo bisogno di una cornice, di un ri-quadro.
L’evento drammatico è una scossa alla telecamera che per qualche attimo si perde il soggetto principale e inquadra a casaccio pezzi di scena o una scena a pezzi.
È li che bisogna avvicinarsi al soggetto perché da lontano commetteremmo solo un errore di parallasse e rischieremmo di veder scivolare un tratto breve in un’ombra lunga.
È l’esperienza della vita l’esercizio, è la fatica del quotidiano la trasudazione, il resto non è ispirazione, è anima.
Anima
Â