Sono uscito la mattina che nevicava, me lo ricordo bene perché i fiocchi venivano fitti e aprendo le labbra ne avevo acchiappato qualcuno. In bocca avevano il sapore secco delle strade di cemento e io ogni volta pensavo che avessero quel gusto perché cadevano in città, anche se lo sapevo che non era mica quello il motivo. Quando ero piccolo, al sabato andavo sempre in campagna dove abitava mia nonna e lì il cemento non c’era. Certo, sì un poco, ma giusto quello che serviva a tenere insieme due case. A volte d’inverno nevicava così forte che dovevamo fermarci fino alla domenica; gli spazzaneve non li avevano ancora inventati e solo dopo molte ore passava il trattore con attaccata la pala a fare “la calà” sulla strada. Perché se poi avesse continuato a nevicare, gli sarebbe toccato di rifarla un’altra volta e allora lui se ne stava sempre calmo ad aspettare che avesse smesso da un po’ e noi rimanevamo bloccati. Anche lì in mezzo ai campi però la neve sapeva sempre di cemento. Ne mangiavo a manate e se veniva alta, me ne stavo fuori per ore su per la collina. Quando rientravo le mani ormai erano dure e gonfie come due palle da tennis, le scaldavo al fuoco anche se i grandi mi dicevano che non andava bene così da vicino, che poi mi avrebbero fatto male e che sarebbe stato meglio bagnarle con l’acqua fredda. A me sembrava una scemenza: che senso poteva avere far passare il freddo con dell’altro freddo? E ogni volta scoprivo quanto (fino ad allora perlomeno) avessero sempre avuto ragione i grandi, e così dopo pochi minuti passati davanti alla stufa, arrivava puntuale dall’alto e veniva giù all’altezza del gomito un martello pulsante. Era il sangue che si riapriva un passaggio verso le dita quasi congelate, un male da lacrime.

E anche quel dolore sapeva di cemento, insieme alla neve, alle due case del paese e al nonno che aveva lavorato per più di cinquant’anni alla fabbrica dei mattoni.

Ad un certo punto però doveva aver smesso di nevicare e un vento freddo del nord mi aveva asciugato i capelli. Ce n’è uno che quando tira, è così dritto che è capace di mettere sottosopra i cuori degli innamorati; ma da laggiù, dal nord nord ci viene solo una volta ogni tanto: tipo una, massimo due, ogni cento anni. E per fortuna che è così, sennò le coppiette andavano tutte a gambe all’aria pure oggi. Quel vento di stamattina infatti, e se lo misuravi col compasso lo vedevi subito, veniva invece dal nord est e diventava freddo perché passava sopra la Russia che tutti lo sanno che è freddo in Russia.

Per terra ce n’erano un po’ più di due dita, il vento del nord est aveva ripulito l’aria e con il sole del pomeriggio era tornato quel freddo che avrebbe punto poi le dita sulla stufa. Lo potevo capire dalla consistenza che sentivo sotto la suola delle scarpe, ad ogni passo per un istante mi trovavo come al varo di una nave, rimanevo sospeso per una minuscola frazione di secondo. Poi quasi subito la neve da sotto, sciolta e compattata, restituiva dalla terra al piede la forza esatta che gli serviva per sostenere il peso di tutto il corpo.

Quando dopo pochi passi mi sono voltato, una piccola flotta di barche trasparenti mi seguiva, riempiendo i solchi poco profondi delle mie impronte sulla neve.

Quando ci sono capitato davanti, non mi ricordavo più di essere arrivato fin qua. Ogni volta come un gioco, mi ritrovavo a contare uno, due… cinque listelli di pino. Questo legno appena tagliato non sa affatto di cemento, profuma di resina e se lo tocchi ti ci incolli le dita. È quella che lo rende adatto all’incedere del tempo e gli dona questa impermeabile resistenza alla neve. Cinque assi in fila, un fascio di rette parallele nello spazio, dritte, immutabili, perfette. Che non si incontrano mai. Così almeno avrebbero dovuto essere, così me le ero immaginate avvicinandomi. E invece qualcosa aveva interferito con quella visione: appena lo sguardo mi era scivolato giù, la forma perfetta di un culo umano in negativo si era rivelata. Impressa là sopra, dove le mie ormai non più rette, sbandavano dal rettilineo percorso che gli avevo immaginato piegandosi ubriache a quella inaspettata rotondità.

Chi aveva stampato quei pochi centimetri di bianco lasciando una curva così sublime e questo spazio disabitato?

Aveva da poco ripreso a nevicare e non si vedeva più tanto bene tra la fitta nuvola bianca dei fiocchi. Da lontano, attutito, arrivava il rumore dell’ultimo treno in partenza. Mi sono guardato intorno. Non c’era nessuno. Mi sono seduto.

Corpo e calore si avvicinavano allo strato poco isolante della stoffa dei pantaloni, dall’altro lato cristalli di ghiaccio cominciavano a sciogliersi. La frazione del tempo aveva un numeratore abbastanza più grande stavolta.

All’abbattersi dell’ultimo sottile diaframma d’aria, spariva, inconsistente come quasi sempre lo è, la barriera che ci impedisce di renderci conto di cosa viviamo davvero.

Freddo.

Mi hanno trovato la mattina del 13 gennaio ancora seduto sui miei cinque listelli di legno. Quel vuoto che ora con così tanta fermezza riempivo, con quel culo dalla forma così tanto perfetta, quel vuoto era il mio.

Quel culo era il mio.

Un culo di cemento, sulla panchina.

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