Ritorno

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Il fischio delle ruote che si arrestano mi ha sempre ricordato quello del gesso trascinato sulla lavagna di ardesia, solo moltiplicato per mille: metallo contro metallo, efficienza meccanica, attrito, calore. Qua fuori stasera invece è freddo e l’arrivo, previsto alle ventitré e trenta, si è caricato dei canonici dieci minuti di ritardo. Addosso mi resta quell’odore denso delle mattine alle sei negli anni dell’università, della condensa sui finestrini d’inverno e dei vagoni maleodoranti: il ricordo di un’Italia che aveva avuto l’illusione di avercela fatta e invece si sarebbe poi vergognata di quei giorni. È la mia stazione, mi preparo, scendo i tre gradini e atterro sulla banchina vuota e gonfia di una impenetrabile coltre di nebbia. Il primo respiro mi riempie i polmoni di bruma e una scarica di freddo e umido mi dà un piccolo brivido, uno di quelli che sale dal fondo schiena e si arrampica su fino alle spalle, spinge il petto in fuori e fa avvicinare le scapole. Dura solo un istante perché alle boccate successive, l’organismo si è già abituato: ha fatto la memoria negli anni della giovinezza.

Cemento

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Sono uscito la mattina che nevicava, me lo ricordo bene perché i fiocchi venivano fitti e aprendo le labbra ne avevo acchiappato qualcuno. In bocca avevano il sapore secco delle strade di cemento e io ogni volta pensavo che avessero quel gusto perché cadevano in città, anche se lo sapevo che non era mica quello il motivo. Quando ero piccolo, al sabato andavo sempre in campagna dove abitava mia nonna e lì il cemento non c’era. Certo, sì un poco, ma giusto quello che serviva a tenere insieme due case. A volte d’inverno nevicava così forte che dovevamo fermarci fino alla domenica; gli spazzaneve non li avevano ancora inventati e solo dopo molte ore passava il trattore con attaccata la pala a fare “la calà” sulla strada. Perché se poi avesse continuato a nevicare, gli sarebbe toccato di rifarla un’altra volta e allora lui se ne stava sempre calmo ad ... Read More

Lecca

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Sono sicuro che la mia lettera giace, pronta per essere spedita, sulla superficie del comodino che hai sul lato destro del letto. È come una piccola isola di serenità nel bel mezzo di quello che potremmo facilmente chiamare un caos totale. Libri, giornali, vestiti, sparsi in tutta la stanza, circondano quella piccola quantità di luce, l’unica che sembra priva di polvere. Un giorno hai scoperto un percorso diritto dentro di te e hai deciso di cavalcarlo. Così hai scritto, molte settimane fa, in uno di quei giorni di pioggia così comuni che avete dalle tue parti. Dopo tutto questo tempo che è passato, probabilmente non sarai più così tanto d’accordo con una parte del testo, scritto in quei primi giorni in cui la … Read More

Debolezze

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È un caffè che mi sveglia. Provo a rigirarmi. Mi siedo in cucina, la testa tra le mani, lo sguardo va al pavimento di mattonelle marroni del tipo più economico, tanto che nelle infinite venature disposte a casaccio che per tante volte ho fissato, non ci vedo nessuna figura che riconosco, e mi ricorda come a volte guardando le nuvole nel cielo, spero di incastrarci una forma, uno sbuffo di vapore che mi sia sia familiare, solo che ora non ne trovo, lì nella stanza vuota, con ancora attorno tutte le pareti che avrei voluto abbattere. Un brivido imprevisto mi scuote dal centro del torace appena sotto lo sterno ed … Read More

Cuore di pietra

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C’era un ragazzo di nome Sunday, cresciuto in una famiglia Sikh molto povera dello slum di Dharavi che decise fin da quando era adolescente di divenire un discepolo del maestro Guru Amra. Divenuto maggiorenne, lo cercò e dopo avere scoperto dove si trovava, lo raggiunse in un eremo ai piedi delle montagne del Nepal e lì si stabilì con lui. Sunday era, come tanti ragazzi della sua età, alla ricerca della pura verità. Il giorno che si incontrarono l’allievo non stava nella pelle e, scosso da fremiti, chiese al maestro quale fosse la più grande e unica verità. Il Guru gli indicò un montagna vicina e gli … Read More

De rien

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Ti ricordi la mia lettera? No? Ho dovuto crescere un bel pezzo di fegato (che non avevo) per inviartela, lo sai? Sono un po’ timido e chissà che difficoltà avrei avuto ad avvicinarti da subito. Non ci conoscevamo per niente e io potevo solo vederti da lontano; da lì mi sei sembrata bellissima: gli occhi, limpidi e profondi, forse anche troppo, con quel tuo sguardo che traduceva così tanto l’infinito che ti porti dentro, i tuoi ricci, che alle volte ti impazzivano la testa diventavano biondi sotto il sole dell’estate. Quel foglio mi era sembrato un bel gesto, un modo delicato di avvicinarmi, di farmi … Read More

Il paese dei balocchi

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C’è una strana umidità oggi nell’aria, maggiore di quella che mi aspettavo, strano perché nel paese di villeggio che mi sono guadagnato quest’anno (con tutti gli altri del resto), il servizio unificato di meteoprevisione stabiliva con disarmante certezza che avremmo beneficiato di un clima riposante per il corpo e distensivo dallo stress del nucleo cittadino per la mente. Le piccole gocce di sudore che trasudano dall’epidermide, non solo non mi permettono di rilassarmi ma accentuano ancora di più il mio stato d’ansia per la “transmigrazione” di Piero. Certo è un procedimento obbligatorio che serve per il mantenimento della diversità biologica della nostra specie; così ci … Read More

Non mentiamoci

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Senti, questa te la devo proprio raccontare! È un sogno. Allora eravamo in questa festa che durava diversi giorni, come un rave solo che la gente era normale e il posto era un castello, ma un castello delle nostre colline, come quello di Statto, cioè molto bello e molto grosso ma non principesco della serie fossato e coccodrilli. Naturalmente ci sei anche tu e già da un sogno precendente ti avevo vista flirtare con uno, ma niente di che: gran discorsi e pezze e basta; solo che te gli davi corda e a me lui stava sul culo. In più tutti alla festa sapevano di … Read More