Debolezze

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È un caffè che mi sveglia. Provo a rigirarmi. Mi siedo in cucina, la testa tra le mani, lo sguardo va al pavimento di mattonelle marroni del tipo più economico, tanto che nelle infinite venature disposte a casaccio che per tante volte ho fissato, non ci vedo nessuna figura che riconosco, e mi ricorda come a volte guardando le nuvole nel cielo, spero di incastrarci una forma, uno sbuffo di vapore che mi sia sia familiare, solo che ora non ne trovo, lì nella stanza vuota, con ancora attorno tutte le pareti che avrei voluto abbattere. Un brivido imprevisto mi scuote dal centro del torace appena sotto lo sterno ed è un pugno di ragazzino delle scuole medie, quando ci si azzuffa per noia o per inesperienza; le botte che volano sono incapaci, inoffensive, non mirano quasi mai a fare un male vero, tranne a volte per caso, una precisa, sfortunata combinazione ti azzecca, al netto, la bocca dello stomaco. Per un singolo istante la sensazione è la stessa: senza fiato. È in quel momento cristallizzato da anni che capisco, ebete, l’inevitabilità del mio stare. Il movimento successivo mi scuote l’addome, risalendo come un’onda fino alle spalle, la mia schiena diventa frusta del tempo nelle mani di un giocoliere, lo schiocco che sento ha un sapore conosciuto, quello terribile di un’attesa. Il primo colpo è sordo, mi squarcia i timpani e li rende incapaci per qualche istante di un ascolto successivo, gli occhi chiusi a formare nella memoria un’immagine, il respiro mozzato alla vista, la lingua impastata ha memoria di un sapore buono, i pugni chiusi in una stretta senza mani: mi sto preparando. Al secondo la sensazione è più netta, la circolazione periferica si interrompe per un istante, tutto il corpo resta senza alimentazione, è un reset, il sistema uomo si sta riavviando. Con il terzo arriva la consapevolezza di un andamento che è cominciato lento e batte in crescendo su un tamburo tutto mio, un ritmo di danza che avevo scordato di possedere. La mancata percezione dei sensi, ancora annebbiati dallo shock precedente rende questa transizione intima. Mi scruto da dentro, orfano ancora per qualche istante dalle sensazioni esterne, sono io. Solo. È in questa solitudine che riconosco esatta la tua mancanza. Assenza che non scambierei per nulla al mondo: per abitare quello spazio non c’è baratto che valga. Ci devi venire a stare. Poi con una lentezza che mi svuota, uno alla volta, li ritrovo in fila tutti quanti. Il freddo di quel brutto pavimento che ho abitato, sul quale ora mi ritrovo sdraiato, l’odore del chiuso di una stanza vuota non vissuta da anni, il rumore del singhiozzo che rimbalza su quel muro che avrei voluto togliere, dalla tapparella scassata là in fondo il giorno che ancora non si è del tutto fatto, butta dentro una polverosa griglia di luce, sull’angolo delle labbra arriva piano una goccia di amaro. Finalmente sono, dopo un tempo eterno, innamorato. Piango.

The Boss – Atlantic City

 

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