Osmosi

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Ci sono spazi di tempo dove non solo non esce niente, ma nemmeno entra. Appaiono pezzi di storie che rimbalzano sulla corteccia più esterna, senza diventare germoglio, fiore, frutto. È un ritardo della gestazione: ben radicata nel terreno che finalmente ha trovato, essa sta molto lentamente prolungando le sue radici fin dove le è possibile. Scova nutrimento, accumula, dorme di un letargo proficuo. Avviene così l’incontro con un inizio, un mezzo o una fine. Senza affannarsi troppo a scoprire da che parte girerà il prossimo corso della storia né di che sostanza siano fatte le mille anime dell’uomo.
Allora verso.
Prendo una direzione mentre svuoto.
Questo fare spazio trova un inaspettato accordo: suona.

Quando nell’intimità del momento ci si scambiano odori e sapori.
È questa ripetitività credo.

Notte.
Percorro i chilometri che ci dividono, ma invece di accorciarli, li allungo.

È solo inevitabile.
A passi lenti o impetuosa, irrompe improvvisa.
Ma a quanti metri dall’ultimo risveglio?
Distanza calcolabile con piglio.
E dovrei spiegarti ora del ritorno al punto di partenza;
del pedaggio che tassa amaro i giorni cupi.
Ma tu incanti a guardare orizzonti
e scegli ai bivi: strade e nuove direzioni.
Ogni giorno pone fine al tuo dolore
come palestra e per film un firmamento,
che si risvegli all’alba una giustezza.

Rotolano sull’asfalto foglie secche, rumore come di un cane che corre.

Oggi vorrei correre, piove.
Rimango al fatto, non opinione; nulla che parli di me né di altro.
Se per me stesso è possibile, chi sono per poter raccontare il “resto”?
Facciamola questa fatica.
Tacere il pensiero che esprime non è sempre forma di rispetto.
Ora faccio questo giro perché sono vicino.

La cattività?
“Buongiorno signor coniglio.”
“Buongiorno signora lepre.”
Sembrano entrambi educati.

 

Take me to church – Hozier

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