Volevo fare il liceo

By 10 Marzo 2010Settembre 24th, 2010Pensiero

Qualcosa andò male e mi ritrovai così in un istituto tecnico industriale.
La tradizione voleva che nelle prime sezioni (quelle meno suscettibili a pericolose variazioni di personale) si rintanassero i professori migliori: lo sguardo posato a volte non più distante la propria cattedra.
In quale scuola non si trova forse la 1a A?
Ai tempi, quindi, già se finivi nella F eri uno sfigato, i tuoi genitori avrebbero maledetto il sistema scolastico e la tua istruzione sarebbe andata a farsi benedire…
Per contare sulle dita delle mani la cardinalità della mia sezione avevo bisogno del mio compagno di banco: solo mettendoci assieme avremmo potuto raccoglierne tredici da contare.
L’ambiente non era male: in quaranta metri quadri respiravamo la nostra cultura in trenta; mi sembra di vedere nei tg di oggi la polizia scoprire un covo di disgraziati, materassi per terra, uno addosso all’altro a dormire, venti per stanza.
Trenta, tutti maschi, eravamo disperati. Ma non lo sapevamo.
Cominciai ad accorgermene al primo compito in classe: cinque e mezzo in matematica, la mia materia preferita.
Non avevo capito ancora bene come funzionavano le cose.
Alle elementari avevo avuto un maestro affettuoso e gentile: un signore! Alle medie tanti bravi insegnanti, forse nessuno raggiungeva l’ottimo ma sicuramente un bel distinto a tutti non lo negherei.
Qui invece ero capitato in un altro mondo, in un mare dove si navigava a vista verso un porto tanto insicuro quanto sconosciuto; con la bella pretesa di riuscirci, senza fornire ahimè la barca.
Me lo ricorderò per sempre quel segno a penna rossa sul protocollo. L’inizio di un autunno.
Non sapeva niente la prof, alla lavagna si bloccava, gli esercizi non li sapeva fare. Toccava a noi: la sdella risolveva il problema e così ci liberava.
Paolo il “secchione”(sdella, appunto) stava come su un crinale, alleato dei prof e odiato da tutti gli altri, ad ogni mossa poteva precipitare in uno dei due baratri. Il brutto era che dalla nostra parte ci cadeva spesso. I suoi nemici erano: Massi, uno del nostro anno cresciuto in fretta nei muscoli e non altrettanto nel cervello e poi Gianni e Bobo, due fratelli gemelli bloccati l’anno prima da uno scrutinio non proprio favorevole. I tre andavano piuttosto d’accordo tra di loro mentre ignoravano la maggior parte di noi per concentrarsi principalmente su Paolo e Beppe.
Se Paolo era semplicemente costretto a fare i loro esercizi e a passare qualche soluzione durante un compito in classe, Beppe era il loro vero bersaglio.
Beppe aveva dalla nascita una faccia da pirla, lo riconoscevi già da lontano per come camminava strascicando i piedi, tanto che perfino qualcuno del triennio, alieni che normalmente ci ignoravano del tutto, si era spinto a prenderlo in giro per quell’incedere sghembo.
Doveva fare di tutto: dal portare gli zaini durante lo spostamento tra le aule, al recuperare merendine e bibite ad ogni richiesta, al presentarsi volontario durante le interrogazioni, fino al più semplice e becero ruolo della cavia da laboratorio. Senza nessun WWF come spalla.
Schiaffi, pugni, sberle, sgambetti, calci, il righello schiacciato sulle dita. La punta del compasso invece di ruotare attorno al centro del cerchio perfetto, varcava spesso l’impalpabile resistenza della stoffa di jeans per raggiungere con facilità un ancor giovane gluteo.
Per noi normali, i guai maggiori si presentavano quando Beppe non veniva a scuola, (una volta rimase a casa per una settimana intera perché Massi gli aveva tirato così tanto il naso da formare un ematoma talmente blu che poteva provocare danni permanenti!) in sua assenza un po’ a turno tutti diventavamo dei bersagli. Come una strada a Sarajevo, il loro sguardo andava attraversato alla svelta.
Un anno da adolescenti nascosti dietro i propri quaderni: il prof che scruta la classe “Dunque…, interroghiamo…” solo che il prof stavolta era ripetente e l’interrogazione era un bel cazzotto da schivare.
Solo qualche coraggioso provava ogni tanto a ribellarsi: “al bar a prenderti una coca ci vai tu…”: Queste brevi parole di sfida, ti guadagnavano in fretta un corposo aumento di flusso sanguigno sottocutaneo al volto e un ben definito alone di cinque dita non tue, come vacuo ricordo.
Eravamo così tutti, o avremmo tutti voluto esserlo: non qualcuno da imitare forse, ma da invidiare come minimo, essere rispettati e temuti era un valore che conteneva pure il ruolo implicito di capo branco. Un uomo solo al comando: storie di leader troppo spesso soli.
Una volta tenni testa a Massi: non gli portai lo zaino e anzi per scherzare gli diedi pure un calcio che lo fece rotolare poco più in la… Non la prese bene; fuori da scuola mi seguì mentre tornavo a casa e alla fine mi raggiunse in un androne. Solo per caso qualcuno entrava proprio in quel momento; caro amico sconosciuto, ti ringrazia ancora oggi la linea dritta del mio naso.
Per una buffa curva della storia io e Massi siamo così diventati amici. Le botte che ho scampato hanno gettato un ponte che nessun ingegnere avrebbe mai sognato.

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